10 – 2020

FRATERNITÀ E AMICIZIA NELLA VITA DEL PRETE

 

Carissimi lettori,

siamo giunti all’ultima monografia di questo 2020, e la dedichiamo a un tema che tocca la vita di ciascuno di noi, cioè quello della fraternità e dell’amicizia nella vita del prete. Siamo infatti consapevoli che non possiamo trovare un sano equilibrio di servizio e di scelte se non siamo capaci di tessere rapporti, in un contesto di vita pienamente relazionale. Come presbiteri ci troviamo a vivere una fraternità che ci precede, quali figli di un unico Padre e membri di un presbiterio, ma anche delle amicizie che provengono dalla nostra storia e crescono nelle nostre scelte.

Per questo la monografia, dopo l’editoriale di don Nico Dal Molin, offre attraverso l’esperienza di padre Amedeo Cencini elementi di formazione umana che aiutino il presbitero a vivere le proprie amicizie con consapevolezza e responsabilità, per un’autentica maturità relazionale. Mons. Franco Giulio Brambilla ci guida verso un approfondimento teologico dei concetti di cui ci occupiamo, aiutando a definire le differenze e le relazioni tra i diversi piani; mons. Francesco Savino riflette con noi “a voce alta” a partire dalla sua esperienza per rispondere ad alcune importanti domande sul vissuto del prete. Gli spunti di meditazione sono offerti da padre Fabrizio Valletti.

Si concludono con questo numero anche le due rubriche cha hanno caratterizzato la nostra annata. Sulla via pulchritudinis siamo accompagnati da suor Veridiana, del Protomonastero di Assisi, che ci fa fare qualche passo nella “bellezza del silenzio”; ringraziamo così tutti quelli che hanno collaborato, sotto differenti prospettive, in questo percorso. Salutiamo con gratitudine anche Enrico Maria Beraudo che ha curato la rubrica dedicata all’ars celebrandi, che si conclude su questo numero con alcune indicazioni sulla celebrazione del sacramento del matrimonio. Le pagine dell’Unione Apostolica sono anche in questo numero di don Giuseppe Costantino Zito.

Troverete anche l’indice dell’annata 2020, speriamo sia l’occasione per riprendere in mano qualche numero della Rivista offerto durante l’anno. Speriamo di poter continuare ad avervi come nostri lettori; ricordiamo che la nostra quota di abbonamento è ferma ormai da molti anni a 50 euro; per i nuovi abbonati si abbassa a 40 euro.

Buona lettura e buon anno 2021!

La Redazione

 

EDITORIALE


don NICO DAL MOLIN

 

Qualche giorno fa ho letto un messaggio pubblicato su Facebook da un parroco, che annunciava alla propria comunità parrocchiale di concludere il suo impegno pastorale per prendersi una pausa, un periodo sabbatico.
Fino a qui nulla di particolare: è legittimo, anche doveroso staccare la spina quando il peso pastorale diviene un fardello troppo oneroso da portare. Diversi anni fa scriveva l’allora card. Ratzinger: «Se oggi i sacerdoti tante volte si sentono ipertesi, stanchi e frustrati, ciò è dovuto a una ricerca esasperata del rendimento. La fede diventa allora un pesante fardello che si trascina a fatica, mentre dovrebbe essere un’ala da cui farsi portare».
E ci sono momenti in cui l’ala non riesce proprio a librarsi in volo. Ciò che mi ha colpito nel messaggio di quel parroco non è solo la modalità della comunicazione, ma è soprattutto la motivazione, il perché della sua scelta.
«Sono qui per dirvi che non sono più parroco. Sono stati anni faticosi quelli trascorsi qui; qualcuno se ne è accorto. Sono stato lasciato solo e questo mi ha svuotato». Queste poche parole, così concise e sofferte, «sono stato lasciato solo», aprono uno squarcio su ciò che molti, forse tutti i preti vivono: la solitudine. Una solitudine che può essere pastorale, ma anche profondamente esistenziale e affettiva, lasciando un senso di vuoto difficile da tollerare.
Mi sono chiesto: perché ha comunicato questo suo malessere proprio in questo momento? Sono i mesi della seconda ondata della pandemia, in cui una volta ancora le proposte pastorali sono inevitabilmente ridotte e, con esse, risultano profondamente condizionate anche le relazioni. Quanto può incidere tutto questo?
Avrà trovato qualcuno disposto ad ascoltarlo, con cui condividere il suo stato d’animo? Avrà avuto modo di percepire un po’ di empatia e di sollievo in qualche amicizia o in una fraternità sacerdotale, di cui spesso si parla e si scrive, in grado di essere vicina al suo travaglio e alla sua solitudine?

Il dono prezioso dell’amicizia

In un articolo di padre Felice Scalia, che per tanti anni è stato l’impareggiabile editorialista di questa rivista, ho ritrovato uno spunto importante.
Scrive padre Scalia: «Quando si parla di amicizia tra preti o tra consacrati sembrerebbe una ovvietà, se anche questo tipo di rapporto non fosse piuttosto raro. La verità è che ad uno scambio fraterno, ad una chiarezza di sentimenti e ad un fiducioso abbandono ai gesti e alle premure benevole dell’altro, per svariati motivi, non siamo stati educati. Si temevano così tanto, proprio a salvaguardia della castità, le ‘amicizie particolari’ che si finiva per creare le ‘inimicizie particolari’, come scrive p. Timothy Radcliffe».
E aggiunge: «Se non facilitiamo e incoraggiamo sane e vere amicizie tra preti e futuri preti, ce li sogniamo i presbitèri che siano luoghi di fraternità sacerdotale e luoghi della ricerca di Dio. Finiremo per incoraggiare quella concorrenza tra preti, quella ‘invidia clericalis’, quella competizione che crea mostri di solitudine personale, inestirpabile arrivismo, tristezza, pentimento per la strada intrapresa, delusione e, alla fine, anche inevitabili ‘compensazioni’ di molti tipi».
Parole schiette e dure che fotografano una delle fatiche della vita dei preti, ma più in generale una reale difficoltà relazionale della nostra società e del nostro modo di vivere: tanti contatti, poche relazioni, ancor meno amicizie. «Molte persone entreranno e usciranno dalla tua vita, ma soltanto i veri amici lasceranno impronte nel tuo cuore», scriveva l’attivista statunitense Anna Eleanor Roosevelt, moglie del presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt. Una riflessione molto attuale, soprattutto in quest’epoca in cui i “social” ci danno l’illusoria sensazione di essere circondati da amici. Eppure, buona parte dei contatti che abbiamo, non sono affatto “amici”. Sono piuttosto conoscenze, che non hanno bisogno di cura. L’amicizia funziona alla stregua di un rapporto d’amore: ha bisogno di cura, attenzioni, confronto, comprensione. L’amicizia, come ogni rapporto di amore, va coltivata. Per coltivare l’amicizia, per avere rapporti profondi di cui beneficiare anche nei momenti di difficoltà della vita, è necessario rallentare il passo, rimodulare i ritmi con cui viviamo e gli impegni nei quali siamo coinvolti se non assorbiti. E questo risulta oltremodo difficile anche nella vita di noi presbiteri.
L’amicizia sacerdotale non corrisponde alla vita fraterna, perché l’amicizia dice di un rapporto caratterizzato da una scelta personale, da una conoscenza collaudata, da intensità affettiva e stabilità. Sono tutte caratteristiche che di per sé non sono indispensabili per una buona vita fraterna, che si fonda più semplicemente su un rapporto di conoscenza e di accettazione, di aiuto, collaborazione e condivisione. Questo emerge chiaramente in quelle fraternità sacerdotali che si stanno moltiplicando con l’estendersi delle Unità Pastorali.

Fraternità presbiterale: convenienza o testimonianza?

La fraternità sacerdotale è la cifra più significativa della qualità e della vitalità di un presbiterio. Il Concilio Vaticano II era già stato esplicito al riguardo: «Tutti i presbiteri, costituiti nell’ordine del presbiterato mediante l’ordinazione, sono uniti tra di loro da un’intima fraternità sacramentale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio vescovo. Infatti, anche se si occupano di mansioni differenti, sempre esercitano un unico ministero sacerdotale in favore degli uomini».
Afferma p. Amedeo Cencini: «Questa fraternità non viene dalla carne e dal sangue, ma dal dono ricevuto, è dunque realizzata con fratelli che io non ho scelto e dai quali non sono stato scelto. Per questo tale fraternità è “locus theologicus”.
Proprio per questo e attraverso di essa, l’azione del Padre forma in noi il cuore del Figlio». Tuttavia, è necessario abbandonare un certo modo di pensare la fraternità sacerdotale che è fin troppo idealistico, quasi poetico, come si trattasse di qualcosa di straordinario e di accessibile solo a pochi. E occorre tralasciare anche una sua visione banale e superficiale, finalizzata solo o soprattutto al benessere psicologico o alla difesa del celibato.
La fraternità sacerdotale è componente dell’identità del presbitero, perché non esiste una identità, dal punto di vista psicologico, senza una appartenenza. Chi si autoemargina dal gruppo, vivendo rapporti fragili ed effimeri con i propri fratelli sacerdoti, di fatto dimostra di essere una persona individualista e centrata su di sé, incapace di coinvolgersi in tutto ciò che sa di comunità e condivisione, di collaborazione e fraternità. Tutto ciò rivela un io piccolo, inconsistente, immaturo e negativo, poiché la positività dell’io è anche frutto della relazione con il tu, con l’Altro nel senso più ampio che questa parola racchiude.
Lo esprime in maniera molto efficace Emmanuel Lévinas in una delle sue opere principali Totalità e Infinito: «L’Altro uomo non mi è indifferente, l’Altro uomo mi concerne, mi riguarda nei due sensi della parola “riguardare”. In francese si dice che “mi riguarda” qualcosa di cui mi occupo, ma “regarder” significa anche “guardare in faccia” qualcosa, per prenderla in considerazione».

«E li inviò a due a due davanti a sé» (Lc 10,1)

Scrive ancora P. Amedeo Cencini: «C’è chi dice che i preti sanno amare (forse, senz’altro sanno parlare d’amore), ma non sanno amarsi tra di loro (…) Non credo d’esagerare se dico che il virus dell’individualismo è da tempo penetrato all’interno della chiesa indebolendo proprio quello che dovrebbe essere uno dei segni più convincenti dell’evangelo: la fraternità dei suoi annunciatori, poiché l’evangelo s’annuncia non da soli, ci ammonisce la stessa Parola, ma in coppia, meglio se in 12, e ancor meglio in 72».
«Il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10,1).
I settantadue discepoli partono e vanno a due a due, non a uno a uno. Il primo annuncio che portano è il gesto della loro comunione, la vittoria sulla solitudine. Partono, forti solo di un amico e di una parola. È importante questo andare a due a due, perché significa avere un amico su cui contare in ogni frangente del cammino e della missione. Un compagno di viaggio!
La parola «compagno» deriva dalla lingua latina: cum – panis. Significa condividere, essere partecipi dello stesso pane, della stessa mensa. Essere in compagnia è qualcosa di più del non rimanere soli, perché lo specifico è la condivisione. Un antico proverbio persiano dice: «Quando hai due soldi, con uno compera del pane, con l’altro dei giacinti per la tua anima».
La compagnia è condivisione di entrambi, del pane e dei giacinti. Di ciò che serve per vivere e di ciò che aiuta a sentirsi rassicurati e voluti bene. È una esperienza  profondamente presbiterale, ma ancor più ecclesiale: «Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”» (1Cor 12,20-21).
Nella chiesa, ma ciò vale per ogni ambito delle nostre vite, siamo reciprocamente inviati gli uni agli altri per aiutarci. Questo ci educa e ci qualifica «quali esperti in umanità», come ebbe a dire con una espressione straordinariamente ardita ed efficace San Paolo VI, il 4 ottobre 1965, in un discorso storico nella sede dell’ONU.
Come non vedere in trasparenza le pressanti esortazioni di Papa Francesco, per aiutarci a comprendere che la realizzazione della vita è tanto più vera quanto essa sa farsi vicinanza, solidarietà, testimonianza di un Dio che è prossimità e tenerezza?
È questo Dio che come preti dobbiamo annunciare e raccontare, con passione ed entusiasmo, ma partendo dalla propria personale esperienza di relazione e fraternità.
È fondamentale, allora, avere uno sguardo di fede, perché questa è una fraternità che nasce dalla fede, dalla condivisione della fede stessa, del nostro cammino di credenti, di ciò che è centrale nella nostra vita, di Dio.
Imparare a condividere la fede alza in maniera sorprendente il tono e la qualità della nostra fraternità presbiterale. È ciò che noi stessi sperimentiamo ed è quello che ci raccontano quei gruppi di sacerdoti che vivono in maniera concreta questa esperienza.
È importante rileggere con pazienza la propria storia relazionale, per imparare da essa, perché i nostri rapporti umani possano divenire sempre più liberi e veri. Conoscere le dinamiche profonde di una relazione accogliente aiuta a viverla come opportunità di crescita, in qualsiasi età della vita.
Come scrive Antoine de Saint Exupéry, nel suo racconto Vento, sabbia e stelle, una relazione sincera e libera è «la strada per ricondurre l’altro dolcemente a sé stesso».

 

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