2 – 2021

LA FORZA DELLA DEBOLEZZA

Carissimi lettori,

questo nostro secondo fascicolo 2021 affronta un tema che abbiamo incontrato più volte, e a vari livelli, durante l’anno trascorso: quello della fragilità. L’esperienza della pandemia, ormai prolungata e dai contorni sempre più difficili da prevedere, ha fatto emergere con forza le fragilità che ci portiamo dentro e anche quelle che già erano insite nella nostra pastorale. Sentiamo l’esigenza di fermarci, prendere coscienza e rielaborare il vissuto – il nostro personale e quello della nostra gente – traendo luce dalla Parola di Dio e mettendo a frutto i validi aiuti spirituali e teologici di cui disponiamo. Anche Presbyteri vuole dare il suo contributo con questa monografia, per aiutarci a ripartire con una nuova consapevolezza, che riguardi prima di tutto la nostra identità di presbiteri e la nostra missione.

Dopo l’editoriale, a cura di don Nico Dal Molin, mons. Antonio Napolioni vescovo di Cremona ci guida nella lettura del tempo che abbiamo vissuto attraverso i tre passi del fermarsi, ascoltare, interpretare, offrendo poi qualche testimonianza sugli strumenti idonei a far tesoro di quanto accaduto e sofferto. Il monaco Sabino Chialà offre tre piste di esplorazione del tema della fragilità a partire dalla Scrittura per convergere nella dinamica pasquale di croce e risurrezione, dove proprio lo svuotamento diventa inizio di vita nuova. Don Riccardo Battocchio, Presidente dell’Associazione Teologica Italiana, mette in luce il carattere apocalittico/rivelativo di questo tempo, e mentre ci guida in un percorso di interpretazione della fragilità, ci conduce al coraggio della fede. Gli spunti di meditazione sono offerti su questo numero da don Gabriele Quinzi, psicologo e psicoterapeuta.

La rubrica Gesti di condivisione è stata affidata su questo numero al Direttore della Rivista Diocesana della Diocesi di Acerra, in provincia di Napoli, che ci racconta cosa la Caritas ha messo in atto in questo ultimo anno. La rubrica Presbiteri digit@li è curata come sempre da don Giacomo Ruggeri; le pagine UAC sono di don Giuseppe Costantino Zito.

Vi comunichiamo infine che il nostro 2° convegno, previsto per il maggio 2020 e rimandato al 3 maggio 2021, si svolgerà in modalità online. Manterremo il titolo previsto: I “tempi” del prete: tra dono e limite, come anche i relatori. Siamo certi che in questo momento tale tema sarà ancora più stimolante e incoraggiamo a diffondere e utilizzare l’iniziativa anche nei percorsi di formazione permanente. Tutte le informazioni saranno fornite nel prossimo numero e pubblicate nel nostro sito: www.presbyteri.it. Dal sito trovate anche l’accesso al nostro nuovo canale you tube dove potete già vedere un video di presentazione della nostra Rivista.

Buona lettura!

La Redazione

 

EDITORIALE


don NICO DAL MOLIN

 

È trascorso oramai un anno da quando l’irrompere del Covid-19 nelle abitudini e nei pensieri della nostra vita quotidiana ha avuto come l’effetto di svegliarci da un lungo sonno, nel quale la fragilità e la precarietà della vita umana erano state confinate altrove. Oppure erano considerate un’eccezione riguardante persone più sfortunate di noi, segnate da malattie, guerre, carestie, povertà o, altrettanto drammaticamente, da storie profondamente ferite.
In ogni caso noi ci sentivamo «fuori dal cerchio»! In questi lunghi mesi ci siamo resi conto, quasi storditi, che l’insicurezza e la fragilità investono da vicino la nostra vita, il nostro ministero e ogni forma di realtà umana, sociale ed ecclesiale.
Nessuno escluso!

Una “full immersion” di umanità

Quante attività e impegni abbiamo pianificato e messo in cantiere, con generosità e dedizione, che anche inconsapevolmente ci hanno trasmesso la suggestione di poterci sottrarre ai limiti e alle inconsistenze della vita stessa. Siamo portati spesso a credere di essere significativi ed efficaci – anche nella testimonianza del Vangelo – più per ciò che «facciamo» che non per quello che «siamo». È più facile da verificare, da vedere, da toccare con mano.
Questo tempo continua ad essere come una specie di «macchina della verità» o, con un’immagine sempre più diffusa, è come un «amplificatore» che ha reso più evidenti alcune dissonanze e stonature del nostro modo di operare.
Ci siamo trovati improvvisamente ad interrogarci su noi stessi, su quello che siamo, su come stiamo vivendo le scelte, le relazioni con le altre persone, con gli animali, le piante, la natura, il creato che ci circonda.
È stato ed è tuttora un tempo attraversato da tante domande e da poche risposte.
Ci siamo consolati (ma non tanto poi…) sentendo che anche gli esperti, sbucati da ogni dove, sembravano brancolare nel buio, aggrappandosi a tante possibili ipotesi, spacciate come speranze, che svanivano nell’arco di qualche giornata.
Abbiamo sperimentato, in maniera personale e collettiva, un senso diffuso di impotenza e disorientamento di fronte a una realtà imprevista e drammatica. Di fronte ad una tragedia che ha provocato e continua a provocare tanto dolore e tanti lutti, tanta solitudine difficile anche solo da sfiorare, impossibile da elaborare. Improvvisamente sono venuti a mancare i momenti normali di vicinanza, di incontro, di commiato, di preghiera.
Questo mondo emotivo, così delicato e vulnerabile, è pur sempre parte integrante della vita e della storia umana e va assunto come criterio essenziale di lettura della realtà.
Si tratta di educarsi prima ed educare poi ad abitare e a governare le dinamiche di incertezza e precarietà, spesso rimosse e forse schiacciate a favore di un impegno, talvolta
esasperato, di efficienza e organizzazione della vita personale, ecclesiale e sociale.
Ci siamo resi conto, in questi mesi, che il ministero, con i suoi ruoli così strutturati e codificati, rassicura. E tuttavia abbiamo visto affiorare da più parti un dubbio: senza le modalità celebrative e sacramentali consuete, cosa ci stiamo a fare come preti?
Scrive p. Salmann: «Fino ad oggi noi abbiamo o parrocchia o niente, o la Messa o niente, o uno si fa prete o non ha nessun ruolo, o si sposa in chiesa o non c’è niente, o viene battezzato o non c’è niente».
Emerge, di fatto, una domanda di identità personale e ministeriale che pone un interrogativo radicale: come non vivere da «personaggio» ma da «persona»?

Come uccelli in tempo di muta

È una immagine molto efficace che mutuo ancora da p. Elmar Salmann. Egli scrive: «Ancora più impossibile è comprendere l’epoca nella quale ci tocca vivere perché non abbiamo una vedetta, una specola per poter fare una supervisione nei confronti di noi stessi e del nostro tempo. Per questo siamo come uccelli in tempo di muta».
Eppure questo tempo scomodo sta facendo emergere alcune consapevolezze vitali. La solitudine, la debolezza, la precarietà sono elementi costitutivi di ogni esistenza, e nel loro riaffiorare possono divenire, seppure non automaticamente, una fonte inesauribile di autocomprensione.
Vivere questo significa riappropriarsi di una esperienza di fede che accetta e integra la fragilità e la debolezza della propria umanità, soprattutto quando viene scossa, messa alla prova da momenti di diffuso disorientamento e sconcerto. La fede ci aiuta a cogliere, anzi a vivere «dentro» il momento della fragilità e della impotenza, non solo subìto come peso, limite o resistenza. La fede dona le ali al cuore per guardare oltre, per ritrovare la forza e il coraggio che sono venuti meno.
Eugenio Montale, in una sua brevissima e intensa poesia, scrive:

Sotto l’azzurro fitto del cielo
qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai;
perché tutte le immagini portano scritto:
«più in là».

 «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (Mc 4,40). La Parola di Dio fonda e dà radici ad una «fede umanamente sensata», meno preoccupata di organizzare e pianificare, più attenta e disponibile a tessere relazioni, ad  ascoltare, capire, a non giudicare.
Tutto ciò sprona ad una verifica di come noi presbiteri, consacrate e consacrati, laici stiamo vivendo questo tempo, ma soprattutto di come stiamo immaginando il futuro nostro e delle nostre comunità religiose e cristiane. Avremo il coraggio di andare a toccare stili di vita che spesso sono diventati delle prassi esauste e prive di vitalità?

In ascolto di ciò che lo Spirito dice …

È un tempo che richiede soprattutto «ascolto», per cogliere gli indicatori di un cammino che lo Spirito non manca mai di aprire alla sua Chiesa. Anche oggi la sola via data a tutti i credenti è di ascoltare ciò che lo Spirito dice alla Chiesa (cfr. Ap 2,7).
Nel vangelo di Giovanni, quando il Signore Gesù pronuncia i discorsi di addio, con quelle parole egli vuole rassicurare il cuore dei discepoli, promettendo loro la venuta dello Spirito Paraclito, del Consolatore, dello Spirito che guida alla Verità, tutta intera (cfr. Gv 16,1-14).
È questo stesso Spirito che diviene per noi la forza liberante di ogni desiderio di bellezza, di ripartenza, di una relazionalità non solo ritrovata, ma anche diversamente vissuta.
Nota p. Ghislain Lafont: «Che cosa si dovrà fare allora dopo la pandemia? Lavorare per stabilire, per ristabilire, la fraternità. Mantenerla come obiettivo nella ricostruzione della società: non come essa è stata prima perché, appunto, non era fraterna, ma come potrà diventare se i popoli capiranno la lezione».
Credo che in tutti noi sia andato crescendo il desiderio di una Chiesa così: semplice, immediata, vicina, capace di comprendere e di commuoversi. Una Chiesa meno imbrigliata in formalismi lontani dalla vita, più libera e capace di andare all’essenziale, di “essere nel mondo ma non del mondo”.
«Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15,18-19). «Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità» (Gv 17,16-17).

«Quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,10) 

È una delle espressioni più paradossali e affascinanti nelle lettere di San Paolo. Essa può divenire un punto luce per ogni esistenza, in molte situazioni belle come anche in tante circostanze cariche di sofferenza e oscurità. La commento con qualche espressione di Papa Benedetto XVI.

Il Risorto rivolge a Paolo una parola chiara e rassicurante: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (v. 9). Il commento di Paolo a queste parole può lasciare stupiti, ma rivela come egli abbia compreso in profondità che cosa significa essere veramente apostolo del Vangelo. Esclama infatti: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo (…) Infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (vv. 9b-10), cioè Paolo non si vanta delle sue azioni, ma dell’attività di Cristo che agisce proprio nella sua debolezza (…).
Questo atteggiamento di profonda umiltà e fiducia di fronte al manifestarsi di Dio è fondamentale anche per la nostra preghiera e per la nostra vita, per la nostra relazione a Dio e alle nostre debolezze (…) Certo, Paolo avrebbe preferito essere liberato da questa «spina», da questa sofferenza; ma Diodice: «No, questo è necessario per te. Avrai sufficiente grazia per resistere e per fare quanto deve essere fatto». Questo vale anche per noi. Il Signore non ci libera dai mali, ma ci aiuta a maturare nelle sofferenze, nelle difficoltà, nelle persecuzioni.

Nella misura in cui cresce la consapevolezza della propria appartenenza al Signore Gesù, ri-comprendiamo che è lui, il Kyrios, che opera meraviglie attraverso la nostra fragilità e la percezione della propria inadeguatezza. Come si realizza ciò? Consegnandosi a lui come fragili «vasi di creta», e non presumendo di essere dei «vasi di ferro».
Ci affidiamo in mani sicure. È il Dio che ci ha chiamato alla vita. Che ci ha chiamato ad essere presbiteri in questa chiesa e per tutta la chiesa. Che ci ha dato la possibilità di incontrare tante persone, perlopiù umili, semplici, da cui abbiamo molto imparato. Che ci ha permesso di vivere esperienze di vita inaspettate e sorprendenti.
Spesso si sperimenta che la eccessiva frammentarietà della vita non aiuta ad essere in pace con sé stessi e si vive, parallelamente, il desiderio e la resistenza interiore di ricomporre quei frammenti, di riannodare quei fili spezzati perché possano farsi contemplazione e azione, preghiera e servizio.
«Perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» (1Cor 14,33).

Un post-it finale

Il dono della consolazione passa necessariamente per un coinvolgimento personale. Quelli che operano per chiunque, spesso sono incapaci di essere vicini alla persona singola. Ciò significa mettere a disposizione le proprie esperienze di dolore e di gioia, di fatica e di ristoro, come fonte di chiarificazione e di comprensione.
«Come puoi condurre via qualcuno dal deserto, se tu non ci sei mai stato?» (cfr. Henry J.M. Nouwen). Il guidare esige il capire, il capire richiede il condividere. Perché tutti gli uomini e le donne di questo tempo e di ogni tempo sono “uno solo” alla fonte del dolore e della gioia.
La consolazione è una esperienza di fede che si riversa sul valore e sul significato della vita. Ogni esperienza racchiude in sé una promessa. Ogni evento porta in sé un messaggio. Occorre scoprirli e portarli alla luce.
È capace di consolazione non tanto colui che annuncia un’idea nuova, un piano pastorale diverso, ma colui che affronta il mondo e gli altri con occhi pieni di attesa, capaci di
svelarne il potenziale nascosto. Così la consolazione si fa guarigione, e la guarigione diviene speranza. Una speranza che permette di rialzare il capo e di guardare oltre la soddisfazione di desideri immediati o aspettative trapiantate nel futuro, ma che ci rende liberi di camminare verso una terra ignota. La terra del «Mistero».
Questa è la guarigione profonda di cui abbiamo bisogno. Perché ci permette di vivere il dono della «comprensione» che Gesù, a piene mani, ha seminato nel suo pellegrinare terreno. Ci aiuta ad assumere quelle fragilità che le persone che incontriamo nel viaggio della vita, spesso ci consegnano con disarmata fiducia e sincerità.
E questo non potrà mai cessare di stupirci, di commuoverci e di renderci grati.

 

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