3 – 2021

PRETI DI FEDE, SPERANZA E CARITÀ

Carissimi lettori,

la terza monografia di questo 2021 è incentrata ancora sulla figura del prete, secondo la missio specifica della nostra Rivista. Come ogni cristiano anche il presbitero vive del dono di fede, speranza e carità che scende dal Cielo e gli giunge nella maternità della chiesa. Desideriamo dunque riflettere sulla chiamata a coltivare questo dono in atteggiamenti prima di tutto umani – la capacità di vivere la fiducia, di fare i conti con la pazienza e l’incompiutezza della vita e di vivere nell’amore – che aiutano il presbitero a guidare la comunità centrando la vita pastorale nel rapporto con Dio (fede) che genera capacità di discernimento (speranza) e di comunione (carità).

Dopo l’editoriale di don Nico Dal Molin, la monografia si apre con un importante contributo di carattere biblico, in cui don Giuseppe Pulcinelli analizza la teologia paolina per mettere in luce il carattere fondante delle virtù teologali sia per l’identità dell’apostolo (e del presbitero) che nella sua missione di generatore e guida della comunità.

A ciascuna delle virtù teologali nella vita del prete è poi dedicato un approfondimento, che tiene conto sia della dimensione antropologica che di quella ecclesiologica e pastorale-comunitaria. Don Andrea Andreozzi, biblista e Rettore del Seminario di Assisi, riflette sulla fede; don Vito Piccinonna, parroco e direttore della Caritas a Bari, ritrae il prete come “cercatore di speranza” e infine don Domenico Beneventi, parroco dell’Arcidiocesi di Acerenza e docente di Teologia pastorale, richiama ad una vita donata, “per amore e con amore”. Conclude lo spazio dedicato a questo tema il biblista don Stefano Zeni, membro della Redazione, indicando alcuni spunti per la meditazione personale e comunitaria.

La rubrica Gesti di condivisione è stata affidata su questo numero al Direttore del Settimanale Diocesano di Vicenza, che ci parla dell’impegno della Diocesi in Africa, in particolare attraverso i sacerdoti fidei donum operanti in Mozambico. La rubrica Presbyteri digit@li è curata come sempre da don Giacomo Ruggeri; nello spazio dedicato all’Unione Apostolica del Clero pubblichiamo la prima parte di un contributo di don Stefano Maria Rosati sulla formazione permanente.

Il nostro 2° convegno si terrà lunedì 3 maggio prossimo, in modalità online. Trovate in questo numero il depliant con il programma e le indicazioni per la partecipazione, anche alle pagine 212-213. Ci auguriamo che la nostra proposta possa incontrare l’interesse delle diocesi e dei singoli presbiteri; vi chiediamo di diffondere l’iniziativa, di cui trovate notizia anche sul nostro sito (www.presbyteri.it).

Ricordiamo infine che questo è l’ultimo numero che viene inviato a chi non ha rinnovato l’abbonamento per il 2021. Vi invitiamo naturalmente a restare con noi anche per quest’anno, ricco di sfide che ci interpellano, in cui collocarsi in maniera sempre più responsabile, con fede, speranza e amore.

Buona lettura!

La Redazione

 

EDITORIALE


don NICO DAL MOLIN

 

«Se la fede ci fa essere credenti e la speranza ci fa credibili, è solo la carità che ci fa essere creduti». Così si esprimeva don Tonino Bello, collocando in un orizzonte di gratuità e radicalità, di umanità e trascendenza l’immersione nelle tre virtù teologali.
Questo è il solo miracolo di cui la terra ha veramente bisogno: di credenti credibili e creduti. E don Tonino aggiungeva una riflessione che, in un momento come quello attuale, non è solo suggestiva, è soprattutto consolante:

Il Calvario è fontana di carità, speranza e fede. Quando pronuncio la parola «fontana» l’immagine che mi viene sapete quale è? Nel basso Salento ogni tre o quattro paesini, lungo la strada provinciale, si notano delle costruzioni, dei torrioni che si trovano sulla parte più alta del paese: raccolgono le acque che vengono dal Sinni che poi si diramano, attraverso canalizzazioni appropriate, verso tutta la città. Quando io penso al Calvario come fontana di carità, di speranza e di fede penso proprio a questi acquedotti, a queste torri da cui si diparte l’ondata, il flusso della gioia, della luce, della speranza.

Nell’orizzonte paolino
S. Paolo è il primo a collocare la vita cristiana nel contesto di questo trittico. Lo si ritrova dall’inizio alla fine della sua predicazione, dalle lettere più antiche a quelle più recenti. In lui fede, speranza e carità servono ad indicare, anzitutto, la qualità e l’integrità dell’essere discepoli del Signore. Lo esprime con evidenza nella prima delle sue lettere, indirizzata ai cristiani di Tessalonica, che Paolo stesso ha condotto alla fede (cfr. At 17,1-9). Egli è consapevole, infatti, che la loro formazione è rimasta incompleta, per cui c’è bisogno di ulteriori suggerimenti sia nella dottrina che negli atteggiamenti della vita cristiana.

Paolo e Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace.
Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro (1Ts 1,1-3).

Con queste prime parole egli delinea i tratti fondamentali della comunità cristiana, di cui anzitutto rende grazie a Dio. La vita fondata sulla fede, speranza e carità, infatti, è opera della «potenza dello Spirito Santo» (v.5). È una fede operosa, quindi attiva, impegnata e testimoniata nell’azione missionaria, «così da diventare modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia» (v.7). È una carità non evanescente o proclamata solo a parole, ma che richiede concretezza e fatica. Paolo stesso, nella lettera (cfr. 2,9; 3,5), parla del suo «duro lavoro, della fatica» del suo apostolato, nell’annunciare il vangelo ai Tessalonicesi.
Fatica e carità/amore assai spesso camminano insieme, come tante testimonianze di persone semplici quotidianamente ci dimostrano.
«Quando l’amore vi fa cenno, seguitelo, benché le sue strade siano aspre e scoscese. Perché come l’amore v’incorona così vi crocifigge. E come per voi è maturazione, così è anche potatura» (Gibran Khalil Gibran).
È una speranza che si radica nella fermezza e nella perseveranza, capace di guardare oltre, di guardare lontano. Sa che il Signore si manifesterà e con fiducia e pazienza gli corre incontro senza arrendersi, senza fermarsi, senza desistere. Paolo scrive avendo ben presenti le aspettative, le necessità, le prove concrete delle sue comunità nei confronti di un mondo minaccioso e ostile in cui testimoniare che Cristo già regna e che le forze disumanizzanti del male saranno completamente
vinte. Il segreto della vita, infatti, è capire come sopravvivere alla lotta senza venirne sconfitti. Torna a proposito una citazione del poeta statunitense Arthur O’Shaughnessy: «Ogni età è un sogno che muore o uno che sta nascendo».

Essere credenti per essere credibili
«Desidero infatti ardentemente vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale, perché ne siate fortificati, o meglio, per essere in mezzo a voi confortato mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io» (Rm 1,11-12).
Paolo parla di una condivisione gioiosa della fede e di un incoraggiamento reciproco che ne deriva. Non potrebbe essere questo un suggerimento prezioso per la vita delle comunità cristiane e dei loro presbiteri?
In Presbyteri 6-2020, tematizzando il cammino dell’essere “preti adulti”, si ricordava come Papa Benedetto XVI, fin da quando era il giovane teologo Joseph Ratzinger, aveva intuito che il grande problema per la chiesa del nostro tempo è il tema della fede. Sarà questa convinzione ad ispirare la celebrazione dell’anno della fede tra il 2012 e il 2013.

Questa è la sfida pastorale prioritaria. I discepoli di Cristo sono chiamati a far rinascere in sé stessi e negli altri la nostalgia di Dio e la gioia di viverlo e di testimoniarlo, a partire dalla domanda sempre molto personale: “Perché credo”? Occorre far riscoprire la bellezza e l’attualità della fede come orientamento costante, anche delle scelte più semplici, che conduce all’unità profonda della persona rendendola giusta, operosa, benefica, buona.

Una fede purificata, che sa andare al di là della pura logica della ragione, che torna ad essere capace di meravigliarsi, che sa superare i rigidi aut aut che determinano gran parte della vita stessa o la ricerca di efficientismo che spesso ci angoscia.
Una fede profetica, capace di parlare «in nome di Qualcuno» che è oltre noi stessi, la nostra storia, il nostro angusto ambito di tempo e di spazio. Capace di guardare in alto, per ritrovare il gusto di guardare in avanti, con la fiducia in un “dopo” sereno e benedetto. Capace di indicare la via della semplificazione, in un mondo sempre più complesso, anzi, tremendamente complicato. Una fede laudativa e sapienziale, dove la sapienza non è solo conoscere, ma è anche desiderare e sognare. Nella Bibbia la sapienza è come un architetto che progetta ed edifica (cfr. Pr 8,22-31). È come un nocchiero che sa veleggiare guardando alla bussola o scrutando le stelle (cfr. Ez 27,8). Per contrasto il profeta Isaia (3,3) afferma ciò che un sapiente non dovrebbe essere. Parlando della situazione di anarchia in cui si trova Gerusalemme, paragona il falso sapiente ad un
mago illusionista che incanta le persone con abili e intriganti giochi di prestigio.

Testimoni di un bene fragile e raro
Viviamo un tempo difficile di precarietà e incertezza. Siamo in una terra di mezzo in cui abbiamo una sufficiente consapevolezza di ciò che siamo stati, ma non sappiamo ancora cosa potremmo o dovremmo essere.
È come trovarsi sul crinale di un monte e dover decidere da che parte andare. Non possiamo esimerci dal fare delle scelte, per non essere travolti dal corso degli eventi. L’abbandono di alcune certezze è sicuramente un rischio, ma ci può portare alla scelta di vie nuove, anche coraggiose, capaci di riaccendere la speranza nel cuore delle donne e degli uomini del nostro tempo, oggi più che mai disorientati da un profondo senso di smarrimento e di vuoto interiore.
«Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo». Era il tema del IV Convegno ecclesiale della chiesa italiana, che si è svolto a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006.
Nella traccia di riflessione preparatoria al Convegno si dice: «Se la Speranza è presente nel cuore di ogni uomo e donna, il Crocifisso Risorto è il nome della speranza cristiana. Vedere, incontrare e comunicare il Risorto è il compito del testimone cristiano».
Credere in Gesù Risorto significa sperare che la vita e la morte, la sofferenza e la tribolazione, la malattia e le catastrofi non sono l’ultima parola della storia, ma che c’è un compimento trascendente per la vita delle persone e il futuro del mondo.
La speranza è un bene fragile e raro, e il suo fuoco è sovente tenue anche nel cuore dei credenti. Lo aveva ben intuito il poeta Charles Péguy: «La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi (la fede e la carità) e non si nota neanche».
Quasi invisibile, la piccola sorella sembra condotta per mano dalle due più grandi, ma col suo cuore di bimba vede ciò che le altre non vedono. E trascina con la sua gioia fresca e innocente la fede e l’amore nel mattino di Pasqua. «È lei, quella piccina, che trascina tutto».
La speranza ci aiuta a vivere nel presente con lo sguardo rivolto al futuro e con la libertà del cuore di imparare dal passato. Non siamo chiamati a dire cose originali o nuove, ma a parlare il linguaggio del cuore, che nasce da un rapporto affettuoso e fiducioso con il Signore.
Un testimone coraggioso e tenace della speranza cristiana, il Card. François X. N. Van Thuân, amava ripetere: «Sperare si può. Sempre! In qualunque circostanza, a qualunque costo!»

Servi della comunione

Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,33-35).

All’orgoglio del potere, alla ricerca del successo, alla via della visibilità e della acclamazione, Gesù contrappone la via di Gerusalemme, che sceglie il rispetto e il servizio di tutti. Già nei primi tempi della chiesa, il santo Vescovo di Smirne, Policarpo, chiama Gesù “il servo di tutti”, pur essendo lui il Kyrios, il Signore.
«Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36).
Servo di tutti, senza limiti di gruppo, di etnia, di religione, senza preferenze o esclusioni. Scrive H. Urs von Balthasar: «Quanto più il discepolo del Signore vive il servizio, tanto più egli sarà trasparente. Quanto più egli ambisce o si attribuisce titoli di dignità, tanto più opaco egli diviene».
Una dimensione essenziale dell’essere chiesa è il servizio della comunione, che significa prendersi cura gli uni degli altri. La chiesa è un mistero di comunione, dove unità e diversità sono in un continuo equilibrio in divenire. Una ricerca esasperata di unità diviene uniformità e una diversità troppo enfatizzata si trasforma in confusione e anarchia.

Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi» (1Cor 12,20-21).

Occorre chiedersi se una presenza pastorale che coinvolga tutte le dimensioni del popolo di Dio – preti, diaconi, laici, consacrate e consacrati – nasca solo da una urgenza funzionale e pragmatica, o se sia realmente una occasione di grazia per vivere la complementarietà dei doni e dei carismi nella chiesa.
Anche nella crescita e nella formazione umana e professionale, è fondamentale capire se una persona è capace di apprezzare e valorizzare la collaborazione con gli altri.
Siamo reciprocamente inviati gli uni agli altri per aiutarci, ma talvolta è faticoso ricevere il dono degli altri, perché scombina le nostre sicurezze acquisite. Di tanto in tanto sarebbe importante chiedersi: «Cosa ricevo io dagli altri che mi aiuta a comprendere e a vivere meglio la volontà di Dio e il mio servizio nella chiesa?».
È una consapevolezza che può imprimere un deciso orientamento sia ai propri stili relazionali che a tutta la proposta pastorale, creando un atteggiamento basilare di fiducia ricevuta e donata.
Una via di reciprocità che ci rende «servi della memoria viva dell’amore di Dio e ministri della celebrazione festosa della gratitudine che da quella memoria deriva».

 

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