4 – 2021

VESCOVI, PRESBITERI E DIACONI: TRE SACRAMENTI IN UNO

Carissimi lettori,

questa monografia affronta un tema non facile, che ha certo bisogno di una maggiore attenzione da parte della ricerca teologica ma che tocca anche la nostra esperienza quotidiana. Il ministero ordinato è chiamato infatti non solo a curare le relazioni, per costruire fraternità, ma ha bisogno esso stesso di essere pensato in termini relazionali, prima di tutto tra i gradi dell’ordine, in una complementarietà che sia coerente e finalizzata all’esigenza di edificare la Chiesa. I contributi di questa monografia intendono dunque prima di tutto portarci a riscoprire le basi teologiche della nostra identità di ministri sacri, nella convinzione che una chiarificazione di alcuni elementi fondanti aiuterà anche nel necessario cammino verso relazioni migliori, meno confuse e più armoniche tra vescovi, presbiteri e diaconi.

Dopo l’editoriale di don Nico Dal Molin, il percorso monografico è aperto da don Enrico Brancozzi che ci aiuta a rileggere il sacerdozio ministeriale o gerarchico alla luce del sacerdozio comune, a partire dalle imprescindibili indicazioni conciliari. Don Tullio Citrini ripercorre le diverse configurazioni storiche del ministero, nella tensione tra trascendenza e sociologia e infine don Massimo Nardello aiuta a riflettere sulle cause e sulle caratteristiche delle difficoltà relazionali che possono insorgere tra vescovi, presbiteri e diaconi a partire dalle criticità che caratterizzano ancora la loro identità teologica. Conclude lo spazio dedicato a questo tema don Giovanni Frausini, membro della Redazione, indicando alcuni spunti per la meditazione personale e comunitaria.

La rubrica Gesti di condivisione è stata affidata su questo numero al Direttore del Settimanale Diocesano delle Diocesi di Pesaro-Fano-Urbino. La rubrica Presbyteri digit@li è curata come sempre da don Giacomo Ruggeri; nello spazio dedicato all’Unione Apostolica del Clero pubblichiamo la seconda parte del contributo di don Stefano Maria Rosati sulla formazione permanente.

Ringraziamo quanti di voi hanno seguito attraverso il canale youtube di Presbyteri il nostro Convegno dedicato a I tempi del prete: tra dono e limite. Speriamo sia stato un apporto utile e stimolante e vi invitiamo a farci avere consigli e suggerimenti anche per il futuro. Cerchiamo di costruire il nostro programma tematico proprio a partire dalle esigenze dei nostri lettori e di ciò che cogliamo come emergente e importante per la Chiesa italiana di oggi; il vostro contributo ci è dunque particolarmente utile e gradito. Per chi lo desidera, il Convegno rimane sul nostro canale youtube e può essere ancora utilizzato (www.presbyteri.it).

Buona lettura!

La Redazione

 

EDITORIALE


don NICO DAL MOLIN

 

Idealmente la riflessione proposta in questa monografia si pone in continuità con il tema del numero precedente: preti di fede, speranza e carità. Il contesto, però, si amplia, perché è il sacramento dell’Ordine, nella sua interezza, ad essere considerato.

È illuminante quanto propone il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’Ordine è il sacramento grazie al quale la missione affidata da Cristo ai suoi Apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa sino alla fine dei tempi: è, dunque, il sacramento del ministero apostolico. Comporta tre gradi: l’Episcopato, il presbiterato e il diaconato» (CCC 1536).

A seguire c’è una suggestiva e perentoria citazione di Sant’Ignazio di Antiochia: «Tutti rispettino i diaconi come lo stesso Gesù Cristo, e il Vescovo come l’immagine del Padre, e i presbiteri come senato di Dio e come collegio apostolico: senza di loro non c’è Chiesa» (CCC 1554).

Tutto ciò è inserito in una ulteriore cornice di riferimento: nel Catechismo, l’Ordine e il Matrimonio sono «i sacramenti al servizio della comunione» (Cfr. CCC 1534-1535).

Si delineano così due “parole-sentiero” lungo le quali incamminarci in questa riflessione: ministero e comunione.

 

Il dono del ministero   

 

In una omelia nella messa del mattino, a Casa Santa Marta, riflettendo sulla prima lettera di san Paolo a Timoteo, Papa Francesco ha ricordato che il ministero è soprattutto un dono da contemplare, alla luce del consiglio di Paolo al giovane discepolo: «Non trascurare il dono che è in te» (1Tm 4,14).

«Non è un patto di lavoro – afferma il Papa – “Io devo fare”; il fare è in secondo piano.  Io devo ricevere il dono e custodirlo come dono e da lì scaturisce tutto, nella contemplazione del dono».

Se ci dimentichiamo di questo, se ci appropriamo del dono trasformandolo in semplice funzione, perdiamo il cuore del ministero, perdiamo lo sguardo di Gesù che ha guardato a ciascuno di noi e ha detto: “Seguimi”. Perdiamo la gratuità.

Certo, il ministero è anche un compito, un impegno da svolgere, ma già nel significato etimologico del termine, esso è essenzialmente un “servizio” da vivere nella logica del dono.

«Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10).

Nelle parole di Gesù, riportate dal vangelo di Luca, si passa dall’avere un servo all’essere servo, quasi ad esprimere i differenti contesti relazionali che si possono vivere. Ciò che conta è il primato del servizio reciproco, riconoscendoci in quell’unico Signore che dice: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37).

Lo stesso Gesù inviterà a considerare il più piccolo come il più grande, chi governa come colui che serve perché «io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Nota il biblista Bruno Maggioni: «Non si dovrebbe dire: ‘Ho finito, sono un servo inutile’, perché il tuo lavoro è stato utile. Si tratta invece di dire: ‘Sono semplicemente un servo’. Qualcuno ci ricorda che nessuno, nemmeno Dio ci chiama ‘servi inutili’, ma Gesù ci invita a riconoscerci tali; è un invito alla santa umiltà (…) Siamo servi di Dio e la nostra relazione con Dio non appartiene al campo dell’utile, ma a quello della grazia». Come passare dalla logica dell’utile, dentro la quale non si può imbrigliare l’amore, alla logica della gratuità?

C’è un racconto nel Vangelo di Luca che dilata ancor più l’orizzonte del servizio: l’incontro di Gesù con Marta e Maria a Betania (Lc 10,38-42).

«Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose». Gesù non contraddice il servizio ma l’affanno, non contesta il cuore generoso di Marta ma la sua agitazione.

Potrebbe dire a ciascuno di noi che c’è sempre un “troppo” in agguato che crea un sovraccarico di tensione per le nostre vite. E può aiutare ciascuno di noi ad imparare la cosa più importante: a distinguere tra superfluo e necessario, tra illusorio e stabile, tra effimero ed eterno.

Le cose da fare sono importanti, ma nessuno può identificarsi solo con le cose che fa.

Gesù propone il servizio come stile di vita del discepolo, ma poi non cerca servitori ossequienti, ma amici. Non cerca persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose dentro di sé, perché «il centro della fede non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me» (Ermes Ronchi).

Questa è la radice autentica del ministero vissuto come servizio.  Lo ricordava papa Francesco nell’omelia per l’inizio del suo ministero petrino: «Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio… Solo chi serve con amore sa custodire».

Una sottolineatura che è stata ripresa anche nel recente Messaggio per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni: «Il servizio, espressione concreta del dono di sé, non fu per San Giuseppe solo un alto ideale, ma divenne regola di vita quotidiana (…) Si adattò alle varie circostanze con l’atteggiamento di chi non si perde d’animo se la vita non va come vuole: con la disponibilità di chi vive per servire».

 

Il vino della comunione

 

Le parole che usiamo per comunicare i nostri pensieri possono sembrare naturali e semplici da dire. Se ci riflettiamo, però, ci si rende conto che non è così. Le parole sorgono spontanee per i pensieri più consueti, mentre per quelli più importanti e profondi l’espressione giusta arriva lentamente, anche a prezzo di una ricerca faticosa che non sempre riesce a esprimere in maniera adeguata ciò che sentiamo.

“Comunione” è una di queste parole importanti. La possiamo dire con frequenza, banalizzandola e svuotandola della sua bellezza, inflazionandola nel suo valore. La possiamo usare con più sobrietà, assaporandola nella sua dinamica creativa e immaginativa.

Emily Dickinson, la poetessa americana, esprime tutto ciò in una sua poesia.

 

I tuoi pensieri non hanno parole tutti i giorni.

Arrivano in singoli momenti, come gli speciali sorsi esoterici

del Vino della Comunione, che mentre lo gusti sembra così naturale,

così semplice il suo esistere che non riesci a comprenderne il prezzo,

né l’infrequenza

(Emily Dickinson)

 

Per tornare a stare bene con noi stessi, per essere donne e uomini significativi, per una testimonianza di fede e di Chiesa credibile, è essenziale recuperare il senso della chiesa-comunione. Significa tessere una trama di relazioni amicali e fraterne, di cammini condivisi, di strategie non soltanto operative e funzionali, ma soprattutto umane, esistenziali, in grado di creare ponti, alleanze e sinergie vitali.

È sempre Papa Francesco a richiamare l’importanza di una “spiritualità di comunione”.

«San Giovanni Paolo ricordava che la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia è proprio questa: fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione (…) E oggi abbiamo tanto bisogno di comunione, nella Chiesa e nel mondo».

Esseri costruttori di comunione significa assumersi un servizio di prossimità, in cui ciascuno è chiamato a regalare e a regalarci reciprocamente una scintilla di fraternità e di fiducia.

«Riconosciamo la nostra fragilità ma lasciamo che Gesù la prenda nelle sue mani e ci lanci in missione. Siamo fragili, ma portatori di un tesoro che ci rende grandi e che può rendere più buoni e felici quelli che lo accolgono» (GE 131).

 

«Avevano un cuor solo ed un’anima sola» (At 4,32). Un cammino di condivisione diviene possibile e vivibile solo se ciascuno di noi lo crede tale. Molte persone perdono il desiderio di una ricerca di fraternità e comunione perché smarriscono la via della propria individualità e della interiorità del cuore. Molte persone rimangono imprigionate in gabbie di fatalismo e rassegnazione, e si arrendono. La vera vittima, nella vita, è soltanto chi si rassegna: vittima di sé stesso, della propria sfiducia, del non consegnarsi ad una relazione profonda con gli altri.

Per essere costruttori di alleanze, occorre innanzitutto partire da se stessi, imparando ad accendere il desiderio di comunione “dentro” di noi. Le cose vere della vita nascono sempre dal di dentro, perché solo nell’interiorità e nel silenzio esse possono crescere e maturare, senza forzature e manipolazioni.

 

Lo sguardo del sogno

 

Firenze, 10 novembre 2015. La chiesa italiana era riunita per il V Convegno Nazionale e papa Francesco, nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, propone un discorso indimenticabile, dove indicava il suo “sogno” di chiesa.

«Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà».

Una chiesa come ce l’ha delineata la costituzione conciliare Lumen Gentium nel Concilio Vaticano II. Una chiesa in cui sentirsi fratelli e sorelle, perché tutti amati e convocati dal Signore per il dono del Battesimo che abbiamo ricevuto. Una chiesa in cui non ci sono vocazioni di serie A o di serie B. Una chiesa in cui insieme si è corresponsabili del volto con cui essa si propone alle donne e agli uomini di questo nostro tempo, aldilà di possibili incomprensioni, resistenze e fatiche.

Questo sogno è già presente in una riflessione del teologo francese Yves-Marie Congar, in un libro che non è recente ma che si ripropone con una straordinaria attualità: «Ecco la Chiesa che amo!».

È nel DNA del ministero ordinato di affondare le proprie radici e nutrirsi nell’humus vitale e fecondo di un profondo amore per la Chiesa.

C’è un quadro suggestivo di Vincent van Gogh dal titolo «La chiesa di Auvers» (1890). È una delle ultime tele realizzate dal pittore, nel periodo del suo soggiorno a Auvers-sur-Oise, il luogo dove poi tragicamente si tolse la vita.

Ad essere rappresentata è la zona absidale della chiesa del paese. In primo piano si nota una stradina che si biforca e una contadina vista di spalle. La struttura architettonica della chiesa del XIII secolo si staglia contro un cielo color cobalto.

La forza e la vitalità della pennellata di Van Gogh rende l’immagine visionaria, quasi inquietante. L’edificio assume un aspetto “molle” e sembra animarsi di vita propria.

È questa vitalità che come vescovi, presbiteri e diaconi, possiamo aiutare a rinascere, a rifiorire nelle chiese, nelle comunità cristiane, nelle assemblee domenicali dopo i lunghi mesi della pandemia, facendo sì che il sogno di papa Francesco divenga anche il nostro sogno.

 

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