A servizio della Pasqua

don DAVIDE RUSSO
della Redazione di Presbyteri

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Quando ho iniziato a studiare psicologia, le reazioni delle persone a me vicine, soprattutto in ambito ecclesiale, sono state a dir poco divertenti. Alcuni, con sguardo compassionevole, mi hanno assicurato le proprie preghiere perché temevano che la mia fede venisse meno…e magari anche il mio sacerdozio. Altri erano sinceramente sorpresi e contrariati, dal momento che evidenziavano l’inutilità di questi studi o, quanto meno, la loro incompatibilità con il ministero presbiterale. Non mancavano neppure quanti hanno accolto questa mia decisione con un sospiro di sollievo, perché desiderosi di risolvere definitivamente i problemi della Chiesa, vessata dall’immaturità dei suoi ministri. Mi sono accorto, invece, che tra amici e parenti, lontani dalla pratica ecclesiale, questa notizia non suscitava alcuna reazione. Semplicemente, il più comune degli incoraggiamenti: “Se a te fa piacere…”. C’era da aspettarselo!

Mi si perdoni questa digressione autobiografica, tuttavia credo che evidenzi bene come il rapporto tra la psicologia e la spiritualità sia tuttora fonte di incomprensioni o di precomprensioni che spesso conducono i sostenitori di un approccio a guardare gli altri con sospetto e, non di rado, a giungere a conclusioni sommarie e superficiali. In effetti, nonostante fiumi di inchiostro siano stati scritti sull’argomento e nonostante siano numerosi i documenti della Chiesa che prevedono l’introduzione della psicologia negli ambiti della formazione cristiana, il rapporto tra psicologia e spiritualità andrebbe maggiormente studiato ed esplorato, per individuare quale sia il contributo specifico che le scienze umane possono offrire alla maturità cristiana e vocazionale di chi è incamminato verso il Regno di Dio.

La complessità dell’argomento è data primariamente dall’oggetto concreto che la psicologia intende studiare: la persona umana. Fare un tuffo nel cuore dell’uomo, per comprenderne i dinamismi del profondo, sembra un’impresa troppo ardua. Eppure, è lì dentro che la persona decide di orientarsi liberamente verso Dio, in risposta ad una chiamata gratuita e preveniente. Il gioco vale la candela.

Possibili cortocircuiti

A ben guardare, ritengo che una parte di responsabilità, circa il clima di sospetto di cui si è accennato, ce l’abbia proprio la psicologia e, in particolare, lo sviluppo storico che ha caratterizzato questa disciplina.

Innanzitutto, faccio riferimento alla questione terminologica. La parola stessa psicologia andrebbe tradotta letteralmente come scienza dell’anima: ecco il primo ostacolo. La questione dell’anima, di per sé, ha rappresentato un capitolo fortemente dibattuto nei manuali di teologia, che, aldilà delle specifiche trattazioni e angolature, ha avuto il pregio di focalizzare quel principio divino che appartiene alla natura umana. Il fatto che l’anima, in senso psicologico, sia stata intesa alla stregua della mente, sia pure con l’intento di recuperare la tradizione filosofica aristotelica che per prima ne ha elaborato la concettualizzazione, ha dato adito al sospetto che la psicologia abbia disconosciuto tale attributo divino nella persona umana, delegittimando la riflessione teologica fino ad allora prodotta. Da qui, non è difficile intuire come la psicologia, a detta di molti, proponga una persona umana appiattita solo sulla dimensione orizzontale, risultando incompatibile con il dato della tradizione cristiana.

Un secondo cortocircuito, che a dire il vero stenta ad essere superato, riguarda l’ambito nel quale un certo tipo di psicologia si è andato diffondendo. Lo psicologo per antonomasia, Sigmund Freud, era medico e neurologo e lavorava con i suoi pazienti nel tentativo di trovare una cura ai loro disturbi. Le sue scoperte cliniche avevano il pregio di funzionare: i pazienti recuperavano la salute mentale ed erano in grado di affrontare la vita con maggiore adattabilità. A partire dalla cura dei disturbi psichici, Freud e i suoi seguaci hanno enucleato quei modelli antropologici che hanno fatto la fortuna di questa disciplina scientifica. Risulta semplice comprendere che l’antropologia di riferimento della prima psicanalisi è derivata dallo studio della patologia e tale movimento ha contribuito a rinforzare l’idea che dallo psicologo… ci vanno i matti. D’altronde il lessico utilizzato dagli psicologi mantiene il più delle volte un riferimento alla patologia anche per descrivere ciò che patologico non è. In effetti, in ambito ecclesiale, non fa problema la possibilità di richiedere l’intervento di uno psicologo di fronte a chiari segni di patologia di un prete o di una religiosa. Tuttavia, che la psicologia abbia qualcosa da dire anche nel cammino ordinario di integrazione della fede e nel processo di maturazione umano-spirituale sembra tuttora un risultato troppo ambizioso.

Un ultimo cortocircuito che si intende evidenziare – sebbene ce ne siano molti altri che non è possibile esplicitare in questo contesto – riguarda la questione del determinismo. Il tentativo, operato da Freud e seguaci, di dare un fondamento teorico alle loro scoperte cliniche ha trovato nella biologia e nella fisica dei preziosi alleati. È così che si è diffusa l’idea che la mente umana si comporta in modo deterministico, alla stregua di una qualsiasi macchina fisica, e risponde in maniera prevedibile e coerente alle leggi che ne regolano il funzionamento. Il cortocircuito è ben presto generato nel momento in cui la psicologia si è confrontata con l’idea di persona, tra cui quella sostenuta dall’antropologia teologica, che fa della libertà umana un caposaldo della sua trattazione.

I cortocircuiti evidenziati rappresentano dei difficili punti di contatto tra la psicologia e la spiritualità e rappresentano i confini entro i quali si muove chi, da interprete bilingue, cerca di far dialogare questi due ambiti. Tuttavia, il confronto su questi aspetti antropologici fondamentali è quanto mai opportuno e da entrambi i versanti si richiede un serio approfondimento perché tale sforzo offra un reale beneficio a quanti sono incamminati verso la maturità umana e cristiana.

Campi condivisi

Dopo aver delineato i difficili punti di contatto tra la psicologia e la spiritualità, occorre passare in rassegna alcuni ambiti in cui è possibile operare un dialogo fecondo e costruttivo tra lo sviluppo umano e la crescita spirituale.

Un aspetto di fondamentale importanza è l’attenzione al vissuto concreto della persona umana. Come la psicologia ha l’obiettivo di aiutare la persona a vivere dentro la propria storia, cercando di ricucirne i singoli aspetti in una trama unitaria, che a giusta ragione potremmo chiamare identità, così la spiritualità autenticamente cristiana non si limita ad individuare dei valori da trasmettere o dei fini da raggiungere, bensì cerca di favorire un dinamismo nella persona, atto a declinare nella sua vita concreta il bene ultimo della volontà di Dio. L’esperienza ci mostra che, quando la spiritualità abdica dal compito di dialogare con l’umano concreto, perde di mira quel principio di incarnazione che è la cifra del modo attraverso cui Dio ha voluto manifestarsi al mondo. In questo senso, l’attenzione alla storia concreta diventa evocazione del mistero profondo della persona umana. Ogni frammento delle vicende umane diventa trasparenza di un mistero ben più ampio che colloca la persona in un piano soprannaturale, così come il mistero della nostra figliolanza divina si nasconde e si manifesta dentro le pieghe, più o meno contorte, della vita quotidiana. Quante volte un banale incontro con una persona, una maggiore consapevolezza riguardo a sé stessi, una parola fortuita captata nel corso di una conversazione, una richiesta di affetto non corrisposto, persino un fallimento di un’esperienza su cui avevamo tanto puntato, hanno aperto una finestra su un orizzonte spirituale e hanno riattivato il nostro personale cammino di santità, fornendoci la possibilità di cogliere, tra le righe di un evento umanissimo, l’evocazione di un significato ben più profondo? Il dialogo fecondo tra la psicologia e la spiritualità produce un’ermeneutica della storia umana, poiché coglie le domande del cuore umano e le legge sullo sfondo di un mistero più ampio: ogni piccola ricerca umana lascia intravedere le tracce di una trascendenza che ci abita.

Un secondo ambito di dialogo fecondo tra psicologia e spiritualità è l’assunzione di una prospettiva evolutiva che sostenga e incoraggi i processi di crescita della persona. In effetti la maturità – qualsiasi sia l’aggettivo che la qualifica – è sempre l’esito di un processo di sviluppo e, finché siamo in vita, saremo sempre chiamati a completare e perfezionare un cammino di crescita. La maturità, infatti, non consiste tanto nel raggiungimento di un livello ottimale in un determinato ambito, né nell’appropriazione di una serie di contenuti o di abilità. Esisterà sempre uno scarto tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere: tale scarto, lungi dall’essere un impedimento o una menomazione, è invece la condizione che immette nella vita un dinamismo capace di generare futuro e speranza. Il lavoro psicoterapeutico, solitamente, ha l’obiettivo di riattivare quei processi di sviluppo che, per svariati motivi, si sono interrotti in una certa tappa evolutiva oppure che non si sono neppure attivati. In questo modo, lo psicologo crea le condizioni perché la persona possa interrompere quelle dinamiche, spesso inconsce, che la costringono a ripetere automaticamente schemi disfunzionali del passato, per potersi adattare con maggiore flessibilità alle sfide della vita, secondo una prospettiva più coerente al suo attuale stadio di sviluppo. Similmente, la maturità cristiana e vocazionale non è un’esperienza statica, data dal raggiungimento di un obiettivo spirituale. Piuttosto, nel Vangelo si sprecano le narrazioni in cui Gesù è presentato lungo la via: anche i cristiani delle origini venivano identificati come quelli della via. La metafora del cammino risulta tanto interessante quanto appropriata per indicare come un’autentica spiritualità richieda al credente di sentirsi immesso in un processo di continua conversione del cuore, perché crescano in lui i semi del Regno di Dio.

La formazione cristiana, infatti, altro non è che un processo vitale – iniziato e mai finito – attraverso cui la persona si converte a Dio fin nelle profondità del suo essere. In ottica cristiana, poi, tale dinamismo di trasformazione continua è opera dello Spirito Santo, riversato nel cuore dell’uomo, e porta al Padre mediante la conformazione al Figlio. In ordine a questo processo di crescita, la psicologia può essere una valida alleata della spiritualità, perché aiuti la persona a conoscere più profondamente il suo cuore dove l’aspirazione alla santità si intreccia con la miseria umana e dove la sua sublime vocazione si lascia scoprire all’interno delle caratteristiche evolutive di ogni stadio di sviluppo. In questo modo la persona è rimessa in cammino e la sua crescita viene riattivata perché possa indirizzarsi verso una più pura e più matura vita di fede.

Verso un orizzonte pasquale di vita

Il clima culturale attuale induce spesso le persone a far coincidere la maturità umana e spirituale con un mero benessere emotivo. I successi, i riconoscimenti, la popolarità diventano la cifra di un percorso riuscito, anche in ambito ecclesiale. In realtà, il cristiano è chiamato a imprimere nella propria esistenza la forma della croce di Cristo, nella quale si condensa il suo mistero pasquale. Sulla croce si evidenzia tanto la percezione del limite umano, quanto la sua trasfigurazione in un evento di grazia. La croce di Cristo rivela la sua obbedienza alla storia umana, unitamente alla sua trasformazione creativa in un atto di consegna fiduciosa al piano del Padre. Tale modello pasquale del vivere diventa, a mio avviso, il punto di contatto più fecondo tra psicologia e vita cristiana.

L’uomo di oggi, infatti, sembra perdere contatto con l’esperienza del limite. Piuttosto, forse senza rendersene conto, rimane imbrigliato nei suoi tentativi, più o meno goffi, di mantenere le distanze dal proprio nucleo di vulnerabilità. In questo modo, più che vivere in pienezza egli corre il rischio di adottare strategie di sopravvivenza, che lo fanno annaspare nel mare della vita. Solo chi permette a sé stesso di sostare di fronte al proprio limite diviene capace di offrirlo a Dio e di trasformarlo in un evento di grazia. Viceversa, si può impegnare un’intera vita fuggendo la propria vulnerabilità e assumendo compensazioni disfunzionali, che producono ansie e insoddisfazioni, oppure rivendicando una sorta di risarcimento per i limiti patiti e alimentando rabbia e frustrazione.

Per quanto detto, questo è l’ambito più appropriato nel quale si muove un prete psicologo: aiutare le persone che patiscono la propria storia di limite ad integrarne gli aspetti più controversi, perché l’obbedienza all’umano concreto trasformi la vita in una storia di salvezza e in un evento di grazia.

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