don STEFANO ZENI
della Redazione di Presbyteri
Dal libro del Qohelet (3,1-9)
1Tutto ha il suo momento (zᵉmān / chrónos), e ogni evento ha il suo tempo (ēṯ / kairós) sotto il cielo. 2C’è un tempo (kairós) per nascere e un tempo (kairós) per morire, un tempo (kairós) per piantare e un tempo (kairós) per sradicare quel che si è piantato. 3Un tempo (kairós) per uccidere e un tempo (kairós) per curare, un tempo (kairós) per demolire e un tempo per costruire. 4Un tempo (kairós) per piangere e un tempo (kairós) per ridere, un tempo (kairós) per fare lutto e un tempo (kairós) per danzare. Un tempo (kairós) per gettare sassi e un tempo (kairós) per raccoglierli, un tempo (kairós) per abbracciare e un tempo (kairós) per astenersi dagli abbracci. Un tempo (kairós) per cercare e un tempo (kairós) per perdere, un tempo (kairós) per conservare e un tempo (kairós) per buttar via. 7Un tempo (kairós) per strappare e un tempo (kairós) per cucire, un tempo (kairós) per tacere e un tempo (kairós) per parlare. 8Un tempo (kairós) per amare e un tempo (kairós) per odiare, un tempo (kairós) per la guerra e un tempo (kairós) per la pace. 9Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica?
Pennellate esegetiche
Questo brano, costruito su quattordici coppie relative a situazioni o azioni antitetiche e contrapposte, è uno dei testi più conosciuti, non solo del libro del saggio Qohelet, ma dell’Antico Testamento. Si tratta di un brano che, con la forza delle antitesi, esprime la contraddittorietà della realtà. L’elenco che ci viene presentato ha una valenza puramente simbolica e pertanto non vengono citate tutte le possibili circostanze della vita umana e neppure quelle più significative. La sfilata quasi processionale dei tempi umani («C’è un tempo per … e un tempo per …») è aperta da una solenne dichiarazione che rappresenta la tesi generale del brano: «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo». Il termine «momento» del v. 1 traduce l’ebraico zᵉmān, una parola di origine persiana, mentre la parola «tempo» rende l’ebraico ēṯ. I due vocaboli descrivono rispettivamente il tempo misurabile e percepibile da tutti allo stesso modo, quello che i greci chiamavano chrónos, e il tempo opportuno, il kairós, l’occasione propizia da cogliere dentro il più generale scorrere del tempo.
Dio nel tempo
Si sa: il più delle volte chrónos vince contro kairós. E noi cosa possiamo fare? Personalmente ritengo che l’unica strategia possibile sia quella di “addomesticare” il tempo, di farselo amico, di impedirgli di renderci suoi schiavi, così da avere un rapporto sano col tempo, cioè con la vita, che Dio mi dona. Parafrasando le parole di Gesù potremmo dire che «il tempo è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il tempo. Perciò il Figlio dell’uomo è Signore anche del tempo» (cfr. Mc 2,27-28). Questa è la strada stretta: non diventare schiavi del tempo, ma nemmeno suoi padroni, perché il tempo non puoi possederlo, dominarlo, controllarlo, ma soltanto accoglierlo come dono. Il Dio che ha tempo per l’uomo ci regala il suo tempo, condividendo con noi la sua eternità (cfr. Gv 1,14). Karl Barth, nella sua Dogmatica ecclesiale (II/1), ha espresso questa verità con grande lucidità: «Il tempo creato (da Dio) riceve in Gesù Cristo e in ogni atto di fede in lui il carattere e il marchio dell’eternità; la vita, vissuta nella fede, acquista la dimensione della vita eterna».
Il mistero del tempo
Il tempo rappresenta una delle questioni più urgenti e difficili dell’esistenza umana: è tesoro prezioso e dimensione necessaria entro cui si snoda la nostra esistenza, ma allo stesso tempo è estrema povertà perché ci conduce inesorabilmente verso la morte. Eppure, sebbene rappresenti una realtà ovvia e tutti lo misuriamo con ogni genere di orologi e programmiamo le nostre giornate in funzione di esso, il tempo rimane un mistero. Lo aveva compreso anche Agostino, il quale a chi gli domandava cosa fosse il tempo rispondeva: «Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so» (Confessioni XI, 14). A ogni modo il tempo, assieme allo spazio, è misura fondamentale e imprescindibile della nostra vita nel bene e nel male, come ci ha ricordato Qohelet, e dentro il tempo siamo chiamati a vivere, perché il tempo dà il ritmo e a il significato alla nostra vita. E come preti dovremmo vivere un tempo abitato da Dio, non semplicemente scandito dalle lancette di un orologio o dal calendario di un cellulare o dagli impegni di un’agenda pastorale. A tal proposito proviamo a chiederci non tanto che rapporto abbiamo con il tempo – tema affrontato nel Convegno di Presbyteri del 2021 («I “tempi” del prete: tra dono e limite», atti disponibili su https://www.presbyteri.it/) – ma quanto c’entra Dio con il nostro tempo. Il sacrificio del tempo che ci è chiesto è una croce che davvero ci appartiene, e che quindi ha una sua fecondità in Dio, oppure si riduce a una serie puntuale di eventi, di cose da fare, di situazioni da gestire, di celebrazioni da organizzare? Nel nostro tempo, così rapido, frammentato e spesso contraddittorio la teologia trova uno spazio adeguato? Che ruolo ha la teologia dentro le nostre giornate, dentro la nostra vita? Riesce a scandire il ritmo del nostro ministero, oppure rimane ai margini e arriva a noi come l’eco di una melodia lontana, difficile da percepire? La teologia ha ancora qualche cosa da dire alle donne e agli uomini di oggi, per le donne e gli uomini di oggi?
La lente della teologia
La teologia è il luogo, lo spazio, il tempo di un incontro autentico fra Dio e l’uomo, ed è essenziale per avvicinarci al mistero dell’Incarnazione e provare a comprenderlo; pertanto non può rimanere un’attività speculativa relegata all’ambito accademico, ma deve farsi vita ed esperienza.
Nel nascere e nel morire, nel piantare e nello sradicare, nell’uccidere e nel curare, nel demolire e nel costruire, nel piangere e nel ridere, nel fare lutto e nel danzare, nel gettare sassi e nel raccoglierli, nell’abbracciare e nell’astenersi dagli abbracci, nel cercare e nel perdere, nel conservare e nel buttar via, nello strappare e nel cucire, nel tacere e nel parlare, nell’amare e nell’odiare, nella guerra e nella pace – e in tutte le altre innumerevoli situazioni umane – che ruolo riveste la teologia? Riusciamo a leggere e a rileggere gli eventi che accadono e ci accadono, con la lente della teologia? Ci pare che il pensiero teologico ci aiuti a tenere insieme i frammenti e a capire il senso profondo delle tante “opposizioni polari”, di guardiniana memoria, di cui è intrisa la vita? Mi piacerebbe che la teologia diventasse sale e lampada (cfr. Mt 5,13-14) per dare il sapore di Dio e portare la sua luce dentro il nostro quotidiano. La teologia non va solo studiata e imparata sui banchi o dai libri, ma va vissuta e applicata nel quotidiano; è come il lievito nascosto dentro la farina che fa lievitare l’impasto (cfr. Mt 13,33). Teologia e vita sono destinate a intrecciarsi, procedendo insieme in un cammino di crescita reciproca, dove ognuna sostiene e illumina l’altra. Da un lato, la concretezza dell’esistenza quotidiana può offrire al pensiero teologico una base solida, impedendogli di perdersi in astrazioni troppo elevate o lontane dal reale; dall’altro, la riflessione teologica è in grado di dilatare gli orizzonti della vita, talvolta ripiegata su se stessa, aiutando a riconoscere nei suoi eventi la traccia della presenza di Dio.
Velocità vs rapidità
Il salmista, con profondo realismo, ci ricorda che «gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, e il loro agitarsi è fatica e delusione; passano presto e noi voliamo via» (Sal 90,10). Che la vita corra sempre e troppo, e noi con lei, non è un mistero, così come non lo è il fatto che viene a mancare sempre più il tempo del pensiero, della riflessione, dell’otium cum dignitate. Dentro questo contesto così accelerato – in cui il rischio è quello di voler mietere lì dove non si è seminato (cfr. Mt 25,24) – emerge con forza la necessità di una teologia non “veloce”, cioè mutevole e superficiale, bensì “rapida” nel senso etimologico, ovvero capace di “rapire”, di afferrare e trascinare via, di coinvolgere qui e ora. Oggi più che mai si avverte l’esigenza di una teologia che non pensi dopo gli eventi, a cose accadute, ma pensi mentre, muovendosi efficacemente al ritmo della vita.
Certo non è facile, perché se vuoi fare un passo in avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo, correndo il rischio di cadere; tuttavia, questo è l’unico modo per camminare e andare avanti. L’alternativa a tale rischio è quella di non muoversi, di mantenere la posizione, di attuare la tecnica calcistica, tutta italiana, del “catenaccio”, ergendosi a custodi fedeli di antiche memorie. Una teologia così, rallentata se non addirittura ferma, non serve a niente e a nessuno e vale tanto quanto un pezzo da museo, bello fin che si vuole, ma chiuso dentro una stanza. A questa teologia “bradicardica”, eccessivamente lenta, in difficoltà a esprimersi in maniera chiara e incisiva, segnata più dalla paura che dalla prudenza, si contrappone, secondo il Terzo Principio della Dinamica (o principio di azione e reazione), una teologia “tachicardica” che va invece troppo veloce rischiando delle pericolose quanto inutili fughe in avanti.
Festìna lente
Personalmente non mi sento attratto né da una né dall’altra prospettiva. Preferisco una teologia capace di mantenere il giusto ritmo, con coerenza e continuità, una teologia che sappia accompagnare il fluire della vita. Perché è proprio la vita, nel suo scorrere, a dettare il tempo, anche del pensiero teologico. Per questo sono dell’idea che la teologia dovrebbe assumere come motto la locuzione latina festìna lente, «affrettati lentamente, agisci senza indugi, ma con cautela». Si tratta di un ossimoro che invita ad agire con rapidità ma con prudenza, combinando efficienza e riflessione, e fu attribuito all’imperatore Augusto dallo storico Svetonio, che lo usava per esortare alla saggezza. Mi pare un’indicazione quanto mai appropriata, perché una velocità eccessiva distrugge il senso delle cose, una velocità troppo bassa genera un ingorgo che soffoca ogni movimento, tanto che sia l’accelerazione che la lentezza possono condurre entrambe alla fine della storia. Ecco perché mi piacerebbe una teologia che sa “affrettarsi lentamente” una teologia che procede con calma e riflessione, capace di stare nell’incrocio tra l’esperienza comune del tempo umano e la trasformazione del tempo attraverso la presenza del Risorto. Anche se si tratta di una posizione difficile e impegnativa, può generare grandi frutti: dal rapporto vitale con il tempo di Dio nasce un nuovo modo di vivere il tempo umano. Ed è qui, almeno per me, che risiede la forza e la bellezza di una teologia al ritmo della vita.
