E fecero ritorno a Gerusalemme (Lc 24,33)

don STEFANO ZENI
della Redazio
ne di Presbyteri

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Il booktrailer
Due discepoli stanno andando da Gerusalemme verso un piccolo villaggio, discutendo degli eventi recenti riguardanti Gesù. Il Signore stesso si unisce a loro lungo la strada, ma loro non lo riconoscono. Durante il tragitto, egli spiega loro il significato delle Scritture riguardo al Messia. Arrivati a destinazione, i discepoli lo invitano a restare; a tavola, Gesù spezza il pane e in quel momento i loro occhi si aprono e lo riconoscono, ma lui scompare subito. Emozionati, i due corrono a Gerusalemme per raccontare agli altri discepoli ciò che è accaduto, confermando che Gesù è davvero risorto.

Un testo passe-partout
Se un giorno qualcuno si sognasse di mettere i dazi anche sui testi biblici, sono certo che il più penalizzato sarebbe
Lc 24,13-35, il brano dei discepoli di Emmaus. È infatti uno di quei brani ever green che, come direbbe il mio amico gesuita, “funziona” sempre bene per ogni stagione e per ogni incontro pastorale sia che si tratti di una veglia di preghiera con i cresimandi o di un ritiro per i ministri straordinari della comunione o di un incontro con gli operatori della Caritas. Questa pagina si presta a essere letta da angolature differenti e sono sicuro che molti di noi l’hanno usata più volte, in circostanze assai diverse, riuscendo sempre a ricavarne un pensiero bello, nuovo, originale. Proprio come quel «padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
Forte di questa mia convinzione ho pensato di provare a rileggere il racconto pasquale che chiude il terzo vangelo, alla luce del tema a cui è dedicato questo numero della Rivista provando a offrire qualche spunto di meditazione su: «I ricomincianti e la Chiesa».


Noi speravamo
Per fare questo prendo le mosse dall’inizio del v. 21, lì dove i due viandanti, Clèopa e il discepolo anonimo, pronunciano una drammatica sentenza che dà voce a tutta la loro delusione: «noi speravamo». I due si lamentano con quel misterioso compagno di strada che si è affiancato e gli consegnano tutta la loro delusione. Questo imperfetto mi dà l’idea di qualcosa che non è andato come loro avevano pensato o avrebbero voluto; questo «speravamo» dipinge una buona dose di sconforto, una certa stanchezza, non fisica quanto, piuttosto, motivazionale. Paradossalmente, proprio la domenica della Risurrezione, il giorno grande, bello, importante, che avrebbe rasserenato il loro orizzonte di senso e rafforzato la loro fede, i due si sono allontanati da Gerusalemme, emblema della Chiesa nascente. Sono profondamente feriti dal fallimento del loro Maestro, quel Messia nel quale avevano riposto attese e fiducia, ma che ora appare sconfitto, irrimediabilmente sconfitto (vv. 17-21). E se ne vanno, col volto triste (v. 17), probabilmente discutendo dei loro sogni infranti, delle promesse disattese, delle speranze tradite. In quel «noi speravamo», che chiude la loro triste narrazione, colgo l’eco del lamento di tutte quelle persone che, deluse per motivi differenti, si allontanano dai luoghi e dai tempi della fede, preferendo le strade di periferia che portano fuori, lontano, altrove. In quello «speravamo» sento le parole di quanti ritengono che la Chiesa non possa e non sappia più offrire loro qualcosa di significativo e importante e così se ne vanno, fuori, lontano, altrove. Non fermano il cammino, perché il desiderio di fare strada, e di farla assieme, rimane ma spostano la meta. Forse la Chiesa appare loro troppo debole, troppo lontana dai bisogni reali della vita, troppo autoreferenziale, prigioniera dei propri linguaggi, incapace di rispondere alle loro domande di senso. Ormai «sono passati tre giorni» (v. 21) e quella Chiesa che quando erano piccoli o giovani aveva risposte belle e convincenti ed era riuscita anche a emozionarli e coinvolgerli in tante cose belle, oggi ha perso il proprio fascino, non incide più nella loro vita, ed ha lo stesso gusto e lo stesso futuro del sale che perde sapore (cf. Mt 5,13).
Come rispondere a questo «noi speravamo»? Che cosa possiamo fare per chi si è allontanato e ha perso fiducia e
passione?
Davanti a questo panorama, dentro questa situazione, serve una Chiesa che accompagni le persone lì dove si trovano,
facendosi vicina e camminando al loro fianco. Serve una Chiesa che non si chiude in difesa adottando come stile la tecnica calcistica del catenaccio, ma che sa uscire, anche da certi schemi, da certi spazi, da certe tradizioni, per incontrare le persone non semplicemente per strada, ma sulla loro strada, che è fatta di domande, dubbi, richieste. Serve una Chiesa che sia in grado di camminare al passo della gente e di inserirsi con delicatezza nelle conversazioni, accettando il confronto, anche se talvolta scomodo e duro, e vincendo la tentazione del dogmatismo. Per dialogare è invece necessario uno spirito curioso e un desiderio di capire fino in fondo, senza pregiudizi, esattamente come fa il misterioso viandante del racconto di Emmaus (v. 15).
E la Chiesa non è solo papa Leone, non è solo il Vaticano, non è solo la Curia con i suoi uffici, non è solo il movimento laicale, non è solo quella famiglia religiosa, maschile o femminile, non sono solo il diacono permanente, maschile, o il
parroco di turno. Chiesa, cioè Comunità, Popolo di Dio, siamo anche noi e a noi, senza delega, spetta la responsabilità del dialogo, dell’ascolto, dell’annuncio, della testimonianza, perché il cristianesimo è una questione di stile, non solo di dottrina, come ci ricorda un altro gesuita, Christoph Theobald.

Spiegò loro in tutte le Scritture
Sulla strada verso Emmaus avviene un dialogo importante fra i due discepoli, che hanno lasciato Gerusalemme, e Gesù che invece viene da Gerusalemme. Ed è un dialogo schietto, fatto di domande, dubbi e spiegazioni (vv. 17-27), abitato da desiderio di sapere, di conoscere, di capire. Queste, a mio avviso, sono le basi di ogni dialogo sincero e autentico che non ha paura della fatica del confronto. Enzo Bianchi ci ricorda che dià-lógos è una parola che si lascia attraversare da una parola altra; intrecciarsi di linguaggi, di sensi, di culture, di etiche; cammino di conversione e di comunione; via efficace contro il pregiudizio […]. È il dialogo che consente di passare non solo attraverso l’espressione di identità e differenze, ma anche attraverso una condivisione dei valori dell’altro, non per farli propri bensì per comprenderli. Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze: il dialogo non ha come fine il consenso, ma un reciproco progresso, un avanzare insieme (L’altro siamo
noi, Einaudi, Torino 2010, 14).
Per dialogare sulla fede, non da un punto di vista dottrinale ma antropologico, chiedendosi, se, come e in che misura il kerigma incide sulla vita, non è sufficiente la “buona volontà” – ricordo che l’espressione è stata sostituita anche nel testo liturgico del Gloria (cf. Lc 2,14) –, né qualche pensierino edificante e neppure una “pacca spirituale” sulle spalle, accompagnata da un invito alla preghiera. La gente che desidera ricominciare un cammino di fede probabilmente ha voglia e bisogno di altro, di qualche cosa di diverso, come ricorda bene anche l’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinzi: «quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato
ciò che è da bambino» (1Cor 13,11). Dobbiamo però ammettere che a volte dall’interno della Comunità cristiana non sappiamo rispondere ai “ricomincianti”; non siamo attrezzati, fatichiamo ad accogliere le loro domande vere, non abbiamo parole adatte alle richieste degli adulti desiderosi di riprendere il cammino della fede.
Spesso, come Chiesa, utilizziamo un linguaggio verbale e simbolico decisamente ricco, ma probabilmente troppo distante dall’esperienza di vita di chi vuole ricominciare. E così il desiderio di chi è intenzionato a riprendere qualche
sentiero interrotto – per dirla con Heidegger e il suo Holzwege – il più delle volte rischia di scontrarsi con la povertà e l’insufficienza di una proposta sviluppata unicamente sul fronte liturgico-devozionale. Non possiamo dimenticare che spesso chi ricomincia un percorso all’interno della Chiesa non lo fa mosso dalla nostalgia del passato, bensì spinto da una ricerca di senso e di significato profondo della propria vita, da una voglia di ermeneutica della propria esistenza, prima ancora che della propria fede. E poi, passo dopo passo, le due dimensioni si intrecciano e procedono insieme, tra alti e bassi, come il tracciato di un normale elettrocardiogramma.

Non ardeva forse in noi il nostro cuore?
Arrivati ad Emmaus, Cleopa e il suo amico avrebbero potuto salutare il loro misterioso compagno, con il quale hanno condiviso strada e parole, e invece lo invitano a rimanere, a fermarsi con loro (v. 29). E durante la cena, nel gesto eucaristico dello spezzare il pane, finalmente lo riconoscono (v. 30). Prima c’è stato il dialogo, l’ascolto, immagino anche il confronto a partire dalle Scritture (v. 27) ed è stato questo che ha fatto ardere il cuore dei discepoli. Quello strano compagno di viaggio si è messo a spiegare loro le Scritture. È significativo che per descrivere questo atteggiamento e questo stile il testo originale usi una forma composta del verbo greco erme¯néuo, che significa «interpretare, tradurre, spiegare». Di questo i due discepoli hanno bisogno in questo momento della loro vita per poter ricominciare a credere; non di celebrazioni, di momenti di preghiera, di incontri liturgici. Certo sono tutti tempi importanti, ma per loro, per i ricomincianti serve altro, serve un approccio diverso alla fede. Forse chi sente il desiderio di ricominciare è alla ricerca di una strada nuova da percorrere, di una porta nuova da oltrepassare, di un orizzonte diverso da scrutare, capace di far ardere il loro cuore. Forse i ricomincianti non cercano subito una fede che illumini il cammino, ma una fede che riscaldi la loro vita e che sia in grado di aiutarli a fare ritorno verso Gerusalemme senza indugio (v. 33) e con il desiderio di raccontare ad altri l’esperienza di una Chiesa capace di farsi compagna di strada per guidare all’incontro con il Risorto (v. 35).

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