don ALFONSO LETTIERI
della Redazione di Presbyteri
Ci apprestiamo a celebrare il 10° anniversario dell’Enciclica Laudato si’ sulla cura della Casa comune (24 maggio). È stata scritta per invitare l’umanità intera ad ascoltare «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (n. 49). L’appello è stato poi rinnovato con la Lettera Laudate Deum, visto che a questo grido non reagiamo abbastanza. Ormai «non si tratta più di una questione secondaria o ideologica, ma di un dramma che ci danneggia tutti» (Laudate Deum, 3). Per la Giornata Mondiale del Creato 2024il Papa ha rinnovato il suo appello invitando a pregare «perché ciascuno di noi ascolti con il cuore il grido della Terra e delle vittime dei disastri ambientali e dei cambiamenti climatici, impegnandosi in prima persona a custodire il mondo che abitiamo».
Come presbiteri siamo chiamati a rispondere a questi appelli anche come pastori, consapevoli che la cura del creato riguarda tutti ed è parte integrante dell’evangelizzazione.
Il grido della terra nel grido di un popolo
Il grido della Terra si amplifica e si può ascoltare in tutta la sua drammaticità nel grido dei poveri. E un pastore deve avere sempre più un cuore pronto ad ascoltare (cf 1Re 3,9). Ognuno, poi, reagisce in base al territorio in cui si trova, alle comunità nelle quali vive, alle necessità da dover fronteggiare.
Vivendo nella cosiddetta “Terra dei fuochi”[1] questo grido da molti anni è diventato assordante. Ricordo quando dapprima veniva emesso da qualche voce solitaria, ignorata o messa a tacere, quando le prime ripercussioni sulla natura – acqua che bolliva nei pozzi per l’irrigazione – riusciva a stupire tutti, ma non chi era chiamato a prendere provvedimenti per salvaguardare la salute dei cittadini; quando chi gridava veniva deriso e accusato di allarmismo, di fare del male al propria terra, di diffondere dati non verificabili[2], di mandare in fallimento le aziende agricole; quando davanti all’aumento di malattie tumorali siamo stati accusati di avere stili di vita personali non corretti. È del 30 gennaio 2025 la sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo che condanna l’Italia perché non ha adottato misure adeguate per contrastare la gravissima situazione nella “Terra dei fuochi” mettendo a rischio la salute e la vita dei cittadini che vi abitano.
Ricordo quando era tutto pronto (delibere, finanziamenti, appalti) per iniziare la costruzione ad Acerra di un Polo Pediatrico mediterraneo per far fronte ai cosiddetti “viaggi della speranza” di famiglie con i loro bambini ammalati verso il nord Italia, ed invece è stato deciso di trasferirlo ad altra sede e al suo posto di costruire il più grande inceneritore d’Europa.
L’ascolto come Via Crucis
Il grido si fa sentire in tutta la sua disperazione in chi piange la morte di un figlio. Ogni settimana, con il vescovo, percorro una vera Via crucis che si consuma nelle case e negli ospedali della nostra terra. Accompagniamo Gesù che avanza verso il Calvario portando la croce della sofferenza, del dolore per la morte di una persona cara. I racconti che ascoltiamo e la sofferenza che vediamo su ogni volto mi fanno pensare alle parole di Isaia: «Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità» (53,5). Sì, chi si ammala sta pagando per le nostre colpe, è schiacciato anche dalla nostra iniquità, da quella di un sistema che, sfruttando in modo sconsiderato la natura, la sta distruggendo e sta già pagando come vittima il prezzo (cf Laudato si’, 4).
Da quelle visite è nata una preghiera sotto forma di Via Crucis, nella scansione delle “stazioni dolorose” di una malattia. Ne riporto qui sotto alcuni stralci, nelle parti virgolettate.
L’innocente condannato
Il prezzo più alto lo stanno pagando le vittime innocenti, uomini e donne che in tenera età, senza loro colpa, subiscono le conseguenze di scelte fatte nel passato da altri. E l’arrivo della malattia suona come una vera e propria condanna.
«Ci siamo trovati all’improvviso in ospedale: un forte mal di testa, la corsa, gli esami, la sentenza. Quella sala di ospedale sembrava un tribunale, al banco degli imputati mio figlio, solo accusatori e nessun difensore. Ma che male ha fatto, che male abbiamo fatto? Gridavo, ma nessuno ascoltava! Ma colui che conosce il patire, non ha bisogno di alte grida, ascolta pure il silenzio della disperazione. Anche per noi quella notte la condanna: la malattia è grave, bisogna intervenire. “Sia crocifisso!”».
Ecco la croce
La diagnosi arriva dopo una vera “flagellazione” fatta di lunghe attese per fare gli esami ed è come la croce posta sulle spalle di Gesù, un pezzo di legno freddo che ne senti tutto il peso.
«“Bisogna fare qualche altro esame, qui non si vede bene”. Da quel momento è iniziato il mio Calvario: visite, risonanze, analisi. Ma perché tutto questo? Ci sono tante persone accanto a me, c’è la mia famiglia, però la malattia spesso mi fa sentire solo, non voglio caricare il peso pure su di loro. Ogni giorno che passa, aumenta il dolore, la stanchezza, ma non mi fermo, mi stringo alla mia croce, questa mi sorregge: vado avanti, il Signore è la mia forza».
La caduta
Il peso da sopportare è gravoso; tutto viene stravolto, convivono speranza e angoscia, la croce pesa, basta poco e ti ritrovi a terra.
«È passato un mese dalla diagnosi: è un cancro. Questa parola mi ha scaraventato a terra. Sembra sia passata una vita, ogni minuto ha assunto un valore eterno, eppure ogni giorno sembra cadere nel buio. Non ce la faccio più! Basta, non è possibile sopportare tutto questo. Perché questo dolore? Il peso mi schiaccia, niente mi solleva, ma tu, Gesù sei qui a terra con me».
La Madre
Sono donne coraggiose le mamme. Sempre lì, condannate come i figli. Sono diventate esperte, laureate in medicina honoris causa. Disperate infondono coraggio, piene di paura, donano speranza.
«In ospedale, accanto ad ogni letto. Sono mamme che condividono con i loro figli la sofferenza e il dolore, anche a loro una spada ha trafitto l’anima. Donne che amano nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Pronte a prendere il posto del figlio, se solo si potesse. Hanno imparato anche la scienza medica, somministrano loro le medicine, conoscono la malattia come uno scienziato, i medici non hanno difficoltà a parlare con loro. Nei loro occhi incontri la speranza, nelle loro mani tocchi la carità, spesso nelle loro parole ti scandalizzi per la tua poca fede».
Cirenei
Simone di Cirene tornava dal lavoro quando è stato fermato per aiutare Gesù a portare la croce. Oggi il cireneo si incontra nei luoghi di lavoro, nei reparti di ospedali, nei laboratori diagnostici.
«È un angelo questa infermiera, ha la capacità di rendere dolci le medicine più amare. Avere a che fare con noi pazienti non è facile, spesso siamo im-pazienti. Aspetto con gioia il suo turno di lavoro, mi basta sapere che sta in reparto per sentire già un soave sollievo. La sua carezza a fine turno a tutti noi ammalati, raggiunge la nostra anima, consola il nostro cuore, è un balsamo che lenisce il dolore. Io sono con voi tutti i giorni – ha promesso Gesù – e tutti giorni questa infermiera lo rende presente accanto a me».
Vera-icona
Ci sono incontri inaspettati che diventano un ristoro per l’anima e per il corpo. La luce degli occhi di alcune persone rende meno buio il cammino. Sono persone sconosciute alle quali dai un nome per quello che ti hanno fatto.
«Per quaranta giorni, lo stesso percorso, da casa all’ospedale. Il treno affollato, ognuno con il suo smartphone, nel suo mondo, come se gli altri non esistessero. Si accorgono di te solo quando devi scendere e liberi un posto. Quella sera non riuscivo a trattenere le lacrime, ormai non c’era più nulla da fare. Una donna si alza dal suo posto e siede accanto a me, non mi chiede niente, mi guarda, il suo volto è sereno, mi stringe le mani, su di esse sento il calore di una lacrima, piange con me. Così asciuga il mio volto, ristora la mia anima. Il suo volto è impresso nel mio cuore, vera-icona del volto di Cristo».
Recidiva
Il cammino è lungo, mentre vedi uno spiraglio di luce, ricompare il buio; mentre un giorno senti di potercela fare, il giorno dopo ti ritrovi senza forze, di nuovo scaraventato a terra.
«Si è ripresentata dopo 7 anni. Sembrava tutto finito, avevo ripreso la vita ordinaria. E adesso si ricomincia, eccoci di nuovo ai piedi del calvario. Sono spaventato più di prima. Riuscirò a rialzarmi questa volta? Ho gridato come quando cadi con la faccia a terra: più gridi e più senti dolore. Penso alla mia famiglia, a quello che hanno fatto e che devono fare. Non ho voglia di pregare, ma non me la prendo con Dio, lui che c’entra? Il mio dolore è davanti ai suoi occhi, la mia sofferenza tocca il suo cuore, i suoi orecchi attenti ad ogni mio gemito: “Uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,3)».
Compiangere
Difficilmente trovi una persona ammalata da sola, soprattutto quando sta a casa. Parenti ed amici, quando è possibile, si alternano a visitare l’ammalato, trattengono le lacrime, ma spesso piangono insieme.
«La notizia della sua malattia è giunta presto a parenti e amici. Fiumi di lacrime dagli occhi di tutti. Ho ricordato le parole del Signore: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli”. Sì, queste lacrime sono per noi e soprattutto per i nostri figli impauriti da queste notizie: vedono i loro amici soffrire, lottare, morire! Il loro futuro è incerto, vivono terrorizzati dal rischio della malattia. Ogni giorno il nostro cuore piange davanti a giovani malati e ai loro coetanei vittime del furto più infame: rubare la speranza del futuro».
Si è addossato i nostri dolori
Un dolore che si aggiunge al dolore della malattia, è quello di vedere stravolta la vita dell’intera famiglia. Nulla è più come prima e succede che l’ammalato si addossa anche il peso del dolore degli altri. «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori».
«Mentre la mamma raccontava della sua malattia, lui mi guardava col volto triste, era prostrato e, nonostante fosse lui il malato, si faceva carico anche del peso degli altri, era lì, caduto sotto il peso della malattia, ma pronto ad affrontare tutto per la speranza di guarire e sollevare da terra tutta la sua famiglia. Guerrieri si nasce, però spesso lo si diventa per necessità, per amore della vita, per amore di chi ti vive accanto. Dal bisogno estremo di amore, ti rendi conto che devi sopportare tutto e donare amore».
Spogliati
È una brutta sensazione quella di essere spogliati di tutto, consegnarsi agli altri come non mai, sapere che la tua vita sta anche nelle loro mani.
«Stavo lì, sul tavolo della sala operatoria, nudo davanti a tutti, tremavo dal freddo, la luce della lampada scialitica accecava i miei occhi. I medici si preparavano ad intervenire, per loro era l’ennesimo intervento, per me il primo. Tentavo di pregare prima che l’anestesista iniettasse il farmaco, riuscivo solo a pensare a Gesù steso sulla croce pronto per essere inchiodato. I miei chiodi erano gli aghi nelle mie vene, la mia condanna era il nome della malattia che gli infermieri ripetevano tra loro; il suono degli apparecchi, nel silenzio di quella sala, era fastidioso quanto gli insulti. Tutto era pronto, speravo di addormentarmi presto e di risvegliarmi; mi consegnai nelle loro mani».
Inchiodati
Quando in ospedale non c’è più nulla da fare, si ritorna a casa. Tra medicine e pasti ridimensionati, stenti a sentirti a casa se non ci fosse la tua famiglia e tua mamma lì, notte e giorno, con te.
«Da otto anni sta così, inchiodata ad un letto, tra tubi e macchine per respirare, bisognosa di tutto: non vede, non parla. “La mia principessa”, così la chiama sua madre che giorno e notte non si stacca da lei: “senza la mia principessa non posso vivere, non voglio perderla”. È una leonessa, lotta contro tutti, contro ogni speranza per difendere sua figlia da chi non spenderebbe più per lei nemmeno un’ora, né un farmaco. Non si ferma davanti a nulla, nemmeno davanti al mostro della malattia che avanza. Si è lasciata crocifiggere insieme alla figlia, per dare a questa la sua stessa forza, la sua stessa vita. E Gesù è crocifisso lì, non sul freddo legno della croce, ma in una casa segnata dal dolore ma piena d’amore».
Morire
È il momento più straziante, la condivisione più profonda, quando un genitore ti racconta la morte di un figlio. Vorresti non essere lì, devi “attaccarti” alla sedia per non scappare via, ti viene da piangere ma vedi che negli occhi di chi parla non scende una lacrima. Il racconto è dettagliato, ti riporta a quel momento e anche tu vedi morire il figlio, vedi la morte.
«Quell’ultima notte l’ho trascorsa abbracciato a lei; le sue forze venivano meno, la sua giovane vita stava per finire. La stringevo forte, lei mi guardava serena, ma sentivo tutta la sua sofferenza. Non abbiamo parlato molto, ma in quel lungo abbraccio ci siamo detti tutto. Trattenevo le lacrime, ma il mio cuore gridava a Dio: “Perché mi hai abbandonato?”. Al mattino una crisi mi ha costretto a sciogliere l’abbraccio, l’ho seguita con lo sguardo fino alla sala di terapia intensiva. Dopo un po’ il medico mi ha fatto entrare, in tempo per tenerle la mano, per farle sentire la mia presenza anche in quel decisivo passaggio. In tre anni abbiamo tentato tutto il possibile, ormai non c’era più niente da fare. Tutto è compiuto! Il mio cuore si squarciò in due».
Silenzio
Quando ascolti il racconto di una mamma non devi parlare, devi restare in silenzio. Anche perché non so proprio cosa avresti da dire. Non sentire il dovere di difendere Dio, Lui non ha bisogno di avvocati. Ascolta!
«Quando finalmente me l’hanno fatto vedere, non riuscivo nemmeno a piangere, le mie lacrime le avevo versate già tutte. “Mamma non piangere – mi diceva – non piangere, io non andrò via, in ogni modo resterò con te, tu sei la mia mamma per sempre”. Non piangevo, ma dal mio cuore uscivano lacrime di sangue che attraversavano tutto il mio corpo. L’ho abbracciato fortissimo: quel corpo freddo avrei voluto farlo rinascere altre mille volte dal mio grembo, avrei voluto ridargli la vita. Perché tanta sofferenza e tanto dolore? No, vi prego, non parlate, non dite niente, questa è l’unica domanda che non vuole risposta, che non ha risposta. Cosa volete dire alla presenza del dolore più atroce, davanti alla situazione più assurda di una mamma che piange la morte del figlio? Ogni tentativo di spiegazione è una bestemmia. Silenzio».
Nuova attesa
A qualsiasi ora, in qualsiasi giorno dell’anno, con ogni condizione atmosferica, sono lì, fissano quella pietra posta tra loro e il figlio, pietra che vorrebbero trovare aperta, quel sepolcro che mai avrebbero voluto guardare.
Sono le tante mamme e i papà che, nonostante la morte, continuano a prendersi cura dei loro figli. Un fiore, un lumino, una frase attaccata al loculo marmoreo, tante preghiere innalzate a quel Cielo che fino a ieri è sembrato muto e sordo. Lì, a vegliare resterebbero pure la notte, ma nonostante il dolore, il loro amore lo spendono per gli altri figli, pure loro straziati dal dolore e impauriti dalla morte che li ha toccati così da vicino.
La speranza non delude
“La speranza non delude” ci stiamo ripetendo, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito. Come presbiteri siamo chiamati, anche in queste situazioni così drammatiche, a far vedere concretamente di cosa è fatta la speranza, come si realizza nella vita. La presenza, la vicinanza, l’ascolto danno alla speranza l’occasione per manifestarsi e operare nella vita delle persone che ci incontrano. È dall’ascolto delle loro storie, dalla conoscenza dei drammi che vivono che scaturisce tutta l’attenzione e l’impegno per la cura della casa comune, che ci permette di considerare nel giusto modo i segni di inquinamento e di degrado che incidono negativamente sul nostro pianeta e ci spronano ad avere nuovi atteggiamenti e stili di vita.
[1]Sono della diocesi di Acerra (NA). Purtroppo la “Terra dei fuochi” non è più un’area circoscritta tra le province di Napoli e Caserta, ma un fenomeno nazionale che si estende in vari modi dal nord al sud dell’Italia. Sono 78 le diocesi italiane interessate al fenomeno dell’inquinamento ambientale (vedi CEI, Custodire le nostre terre. Salute, ambiente, lavoro. Atti del Convegno celebrato ad Acerra il 17 aprile 2021, Editoriale Romani, 2021, 36).
[2] Quei dati ad oggi sono stati tutti verificati e chi ha gridato fin dall’inizio “purtroppo” aveva ragione.
