don GIOVANNI FRAUSINI
della Redazione di Presbyteri
Io non mi intendo di cosa faccia tutto il giorno lo Spirito Santo: nel vangelo di Giovanni leggo che prende dal Figlio e lo dona alla Chiesa e che guida alla verità tutta intera. Non sono esperto di questi due lavori, ma mi sembrano già abbastanza onerosi perché lo Spirito debba anche occuparsi di fare il planning degli spostamenti dei preti di una diocesi. Mi piacerebbe pensarmi parte di una categoria che non fa mille storie e non fa mille mistificazioni».
Così scriveva qualche anno fa sull’Osservatore Romano (19 Luglio 2021) Manuel Belli. Poi aggiungeva: «Figlia di un’obbedienza, fatta nella gioia e nella pace, sarà la meraviglia: in fondo in montagna, al mare o in città siamo inviati ad ascoltare in profondità ciò che lo Spirito sta già operando, prima, meglio e un po’ anche grazie a noi». Proprio per questo, se da una parte la nostra categoria (vescovi-presbiteri-diaconi) è chiamata a non fare mille storie di fronte ai cambiamenti, perché il nostro è un gioco di squadra, dall’altra parte abbiamo tutti, con carismi e ministeri diversi, la responsabilità di riconoscere e prendere parte all’azione dello Spirito Santo. Si entra in un ministero collettivo: quello dei vescovi nel collegio episcopale, del presbiterio, vescovo e preti insieme, dei diaconi, cooperatori del vescovo e del suo presbiterio; ma lo Spirito Santo è dato alla Chiesa, non solo attraverso il ministero ordinato, ma anche attraverso tanti carismi e ministeri che solo se custoditi nell’unità della fede e nella comunione fraterna, ci porteranno a quella verità tutta intera che ogni generazione cristiana è chiamata a ricercare e porre al centro della propria vita. Nessuno può sostituire o arrogarsi il diritto dell’esclusiva quando si tratta di Spirito santo.
D’altra parte tutto questo è nella logica di chi segue Gesù:
se si va fino in fondo nella relazione con lui, egli ci conduce altrove. Non lega a sé le persone. Seguirlo significa in un certo senso andare là dove egli si annulla nel mistero pasquale: «È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16,7). Nella tradizione cristiana, questa è una soglia che facciamo fatica a varcare: molti infatti occupano il “posto di Cristo”, siano essi accompagnatori, superiori o un’autorità ecclesiale. Sant’Agostino ci dice che, se abbiamo il dovere di ascoltare la parola dei maestri, questa tuttavia non può essere assimilata alla parola di Dio. I maestri attorno a noi ci rinviano l’unico Maestro, il quale, dal canto suo, si ritrae in noi. Egli si fa da parte, mentre ci rinvia a qualcun altro: alla nostra origine, alla parola di Dio, al Padre.
Lui deve crescere, noi diminuire: ma Lui ci conduce al Padre.
Obbedire, ob-audire: tutta la Chiesa obbedisce alla Parola che ascolta
Qualche giorno fa, desideroso di capire qualcosa del pensiero di Leone XIV, mi sono messo a guardare l’ordinazione di nuovi preti presieduta dal Papa. Arrivati al momento della promessa di obbedienza sono rimasto profondamente colpito dalla formula usata: «Prometti al tuo ordinario filiale rispetto e obbedienza?». Perché il Papa non fa riferimento alla sua persona, la più alta autorità nella Chiesa cattolica? La risposta che mi sono dato è questa: perché l’obbedienza è sempre all’interno di una relazione concreta, dentro una comunioneunità che è la caratteristica fondamentale della Chiesa. Una relazione riconosciuta come buona e accolta liberamente; se così non fosse sarebbe prepotenza, autoritarismo, sopraffazione. Anche l’obbedienza a Dio.
Abitualmente io obbedisco perché tu sei il capo, perché sei più forte, perché devo farlo. Mi piego: non posso fare altrimenti. L’obbedienza così vuol dire costrizione. Nella Chiesa l’obbedienza non è tirannia, sopraffazione o costrizione.
Al contrario nella Chiesa che ascolta si rende possibile una obbedienza purificata dalle nostre (di tutti) fragilità e passioni, paure e smanie. Non a caso anche la sinodalità, e quindi il nostro sinodare, si realizza all’interno di una comunità riunita dalla Parola. È la Parola il vero potere nella Chiesa e della Chiesa: obbedire è aver avuto la grazia di ascoltare. Innanzi tutto l’obbedienza scaturisce dalla relazione dei cristiani con il Risorto. Siamo chiamati ad obbedire (ob-audire) a Lui che è presente in modo unico e speciale nella sua Chiesa: egli è vivo e continua a parlare alla Chiesa, la nuova dimora del Verbo dove tutti coloro che cercano Dio possono trovare risposta al loro grido: «Maestro, dove dimori?» e poter così vedere il Signore. «Venite e vedete» diventa allora incontro con i fratelli e le sorelle che hanno già accolto il Signore nella loro vita, diventa esperienza di fraternità accogliente, come testimoniano gli Atti degli Apostoli. Qui nasce l’obbedienza alla Chiesa, alla sua fede e vita, perché è il luogo della esperienza del Signore nella nostra storia, il Signore che vogliamo seguire.
Perché la prima obbedienza che tutti siamo chiamati a vivere, vescovi-preti-diaconi compresi, è proprio quella dell’essere comunità cristiana, una dimora nella quale offrire a tutti la presenza del Risorto, una dimora accogliente soprattutto verso «i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3).
È qui che si inserisce la sinodalità come modo di vivere la Chiesa. Anche il ministero ordinato dal Vaticano II è stato interpretato come servizio all’edificazione della Chiesa Il Concilio, recuperando la storia come luogo della rivelazione di Dio (DV 2), ci chiede di riconoscere e accogliere i segni dei tempi, cioè tutte quelle situazioni nelle quali riconosciamo il passaggio di Dio nella nostra storia. Nella vicenda umana e divina di Gesù troviamo il fondamento e la chiave interpretativa della nostra storia. Essere fedeli a quella esperienza è una necessità assoluta per essere la sua Chiesa, è
l’obbedienza alla quale tutti, con carismi e ministeri diversi, siamo chiamati per testimoniare il mistero che si è compiuto definitivamente in Gesù.
Il ministero ordinato (obbediente) all’edificazione della Chiesa
Allora il compito del ministero ordinato non sarà semplicemente quello di custodire e trasmettere fedelmente la rivelazione consegnata agli apostoli, cioè il deposito della fede, ma di «interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa» (DV 10). Si tratta di rendere possibile oggi la vita cristiana, di edificare la Chiesa. I ministri sono ordinati, gli viene dato l’ordine per edificare la Chiesa, ed essi obbediscono, non ad un proprio progetto, ma a quello della Chiesa: a questo sono ordinati.
Qui entra in gioco la sinodalità come modo di essere della Chiesa, non una sua attività. Essa è fatta di tre elementi: profezia, discernimento e attuazione/recezione; essi sono tre momenti consequenziali, in grado di imprimere al cammino ecclesiale un forte dinamismo, un movimento di partecipazione ecclesiale in cui tutta la Chiesa e tutti nella Chiesa sono coinvolti. Naturalmente ogni momento ha valore per se stesso e può essere posto anche indipendentemente dagli altri […] nell’ordinarietà del cammino ecclesiale, dovrebbe valere l’unità dinamica dei tre momenti, nella consapevolezza che nessun momento basta a sé stesso. Quando questo non avvenisse, la profezia tenderebbe a trasformarsi in dissenso, il discernimento in atto di potere, l’attuazione in imposizione dall’alto; soprattutto, ogni soggetto tenderebbe a opporsi all’altro, e tutto il processo a ridursi al solo momento dell’attuazione, concentrato nelle mani di chi ha potere nella Chiesa.
L’idea di una Chiesa custode della fede e dei costumi, proposta dal Vaticano I in relazione alla rivelazione, porta inevitabilmente a una concentrazione del ministero in una persona, il Papa: di fatto quel concilio si è occupato dell’infallibilità, riconoscendo nella persona del vescovo di Roma la sintesi di ogni ministero. L’obbedienza dovrà essere chiesta a tutti da una sola persona, il Papa: tutto il resto della Chiesa (in questo caso discente contrapposta alla Chiesa docente) sarà una comunità obbediente. Anche i vescovi, in fondo, in questa Chiesa non faranno altro che trasmettere a tutti gli insegnamenti del Papa. Sinodalità qui significa trasmissione di decisioni illuminate, il ministero è esercizio di potere sacro e trasmissione di verità dall’alto, ogni ministro è solo.
Se nella Chiesa esiste un ministero non è per sostituirsi ad essa, ma perché la Chiesa possa essere sinodale cioè quell’insieme di battezzati riuniti da Cristo stesso per annunciare al mondo l’amore di Dio, capace di riconoscerne l’azione di salvezza per tutti gli uomini, infallibile in credendo.
Se di sinodo abbiamo iniziato a sentir parlare dopo il Concilio in riferimento esclusivo all’assemblea dei vescovi, con lo
stimolo pressante di papa Francesco, abbiamo dovuto riprendere la questione provando a declinare […] una comprensione della sinodalità, intesa soprattutto come dimensione costitutiva della Chiesa, dove il momento assembleare del Sinodo dei vescovi sia il luogo esemplare di un cammino sinodale della Chiesa, dove tutti – ciascuno
secondo il proprio stato e condizione – sono protagonisti.
Anche perché, come affermato sempre da papa Francesco citando il Concilio Vaticano II e la Pastores Gregis, «i Vescovi quando insegnano in comunione con il Romano Pontefice devono essere da tutti ascoltati con venerazione quali testimoni della divina e cattolica verità; e i fedeli devono accordarsi con il giudizio del loro Vescovo dato a nome di Cristo in materia di fede e di morale, e aderirvi con il religioso ossequio dello spirito» (LG 25). Ma è altrettanto vero che «la vita della Chiesa e la vita nella Chiesa è per ogni Vescovo la condizione per l’esercizio della sua missione d’insegnare» (PG 28).
Così il vescovo è contemporaneamente maestro e discepolo. «Egli è anche discepolo quando, sapendo che lo Spirito è elargito a ogni battezzato, si pone in ascolto della voce di Cristo che parla attraverso l’intero Popolo di Dio, rendendolo “infallibile in credendo” (Evangelii gaudium 119). «Esiste, in altre parole, un rapporto di circolarità tra sensus fidei e magistero quali funzioni ecclesiali di intelligenza della fede, che dischiude un ampio orizzonte sul possibile esercizio di un cammino sinodale della Chiesa».
Qui viviamo anche la nostra piena responsabilità come Popolo di Dio. Si tratta infatti di essere obbedienti, come diceva don Mazzolari, in piedi. Perché obbedire in piedi è una delle cose più faticose e più belle che possiamo fare per noi stessi, e quindi per gli altri. Non a caso la proclamazione del vangelo ci vede stare in piedi. Si tratta di non scappare dalle nostre responsabilità, di non sottrarci al discernimento che solo la Chiesa tutta insieme può pienamente attuare. Se alle divisioni secolari tra cristiani aggiungessimo anche le nostre personali diffidenze e divisioni allora tutto diventerebbe più difficile.
La promessa di obbedienza nel ministero
Dopo la chiamata al ministero al candidato viene chiesta la disponibilità ad adempiere ai molteplici compiti ai lui affidati. Nell’ordinazione del vescovo trova spazio anche l’obbedienza al Papa perché il vescovo è chiamato anche a garantire la comunione della Chiesa particolare con la Chiesa universale, infatti con l’ordinazione egli entra nel collegio episcopale che ha la responsabilità, cum Petro e sub Petro, della Chiesa universale. Nell’ultima domanda, in tutti i gradi del sacramento dell’ordine, la Madre Chiesa esprime la sua preoccupazione perché chi servirà la Comunità viva cristianamente il suo servizio, arrivando lui stesso alla salvezza. Per i diaconi e i presbiteri si aggiunge, in questo momento, un ulteriore elemento, come un’appendice: la promessa di obbedienza. Con le mani nelle mani del vescovo il candidato promette obbedienza. Il significato di questo rito si fa evidente se ne riconosciamo l’origine. Introdotto poco dopo l’anno mille s’ispira ai riti del vassallaggio: il principe riceve l’obbedienza dal suo sottoposto e da parte sua gli garantisce protezione e aiuto. Quando fu introdotto il rito voleva innanzitutto garantire al nuovo diacono o presbitero la sua totale libertà rispetto a qualunque altra dipendenza. Inoltre, il vescovo che riceveva l’obbedienza garantiva al nuovo ordinato la cura paterna, sia sul piano dell’esistenza quotidiana sia sul piano spirituale.
Ancora oggi questo gesto ha questo significato: la vita dell’ordinando è consegnata alla Chiesa perché, entrando
nel ministero, insieme e sotto il vescovo, sia libero da ogni condizionamento umano. Contemporaneamente la Chiesa garantisce attraverso il vescovo che avrà cura di lui, della sua fede, della sua persona perché possa non solo esercitare il ministero, ma farlo in maniera tale da raggiungere lui stesso la salvezza.
Una obbedienza responsabile e volontaria come afferma Presbyterorum ordinis 15, responsabile perché il processo
decisionale nella Chiesa è sempre frutto di un discernimento comunitario dove i presbiteri ( e a modo loro anche i diaconi) hanno una responsabilità tutta particolare: essi infatti sono necessari perché il vescovo, che ha la responsabilità ultima di chiedere un atto di obbedienza, ne ha proprio bisogno «per l’esercizio del sacerdozio apostolico» (Preghiera di ordinazione dei presbiteri), per il suo ministero, in pratica. Senza i preti il vescovo non può esercitare la sua missione nella Chiesa.
Non sto parlando della obbedienza concordata che insieme alla castità periodica e la povertà spirituale erano, negli anni ’70, una scherzosa parodia di questi punti cardine della vita cristiana e del ministero. Parlo della responsabilità che il presbiterio condivide con il vescovo nella Chiesa locale, affidata a lui con la «cooperazione del presbiterio», come afferma Christus dominus 11.
Una obbedienza responsabile in forza della quale i presbiteri «sono indotti dalla carità a cercare prudentemente vie
nuove per un maggior bene della Chiesa»: una obbedienza responsabile che, consapevole del momento di passaggio
che viviamo, li spinge a sperimentare forme di vita e ministero nuove. Questo non senza far «sapere con fiducia le loro iniziative» (PO 15) al presbiterio e al vescovo, cui spetta l’ultima parola.
Conclusione
L’obbedienza per tutti nella Chiesa non può che essere obbedienza alla Parola ascoltata. È vero che dove sono possibili
prassi diverse ispirate alla stessa Parola la Chiesa ha introdotto un Codice di diritto canonico per togliere dubbi di interpretazione ed indicare delle prassi, storicamente determinate; questo, naturalmente, a condizione di non nasconderci dietro la legge per evitare il confronto e il dialogo. La suprema lex resta comunque il Vangelo e la coscienza, sacrario sempre ritenuto inviolabile nell’esperienza cristiana. Una coscienza libera e formata è la premessa indispensabile per l’obbedienza anche nel ministero. Anche il dissenso fa parte dell’obbedienza, un dissenso esplicitato e dialogante alla ricerca della verità tutta intera di cui nessuno ha il monopolio. La cieca sottomissione che non si prende la responsabilità di contribuire alla decisione e che non interpella la coscienza non è quella che abbiamo visto in Gesù e della quale ha bisogno la Chiesa oggi, in un momento di cambiamenti così profondi e radicali che richiedono il contributo di tutti e soprattutto della Parola da accogliere tutti «sottoponendo ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo» (2Cor 10,5).
