OBBEDIENZA: CURA E RELAZIONE
Carissimi lettori,
con questa monografia andiamo a toccare una tematica importante e delicata nella vita del ministro ordinato: l’obbedienza. L’iniziale promessa di “filiale rispetto ed obbedienza”, fatta il giorno dell’ordinazione presbiterale, segue il ritmo della vita, accompagnandone le vicende in modo non sempre lineare e sereno e ha bisogno di essere sempre rimotivata e collocata in nuovi contesti di significato e di orizzonte ecclesiale. Abbiamo bisogno di rivisitare i fondamenti teologici dell’obbedienza comeanche di imparare uno stile che si radichi nella relazione e nella realtà e preveda una reciproca cura (benché asimmetrica) della persona, della fede, del ministero delle persone coinvolte. Abbiamo inoltre bisogno di innestare il rapporto che lega vescovo e presbitero/diacono in una più vasta obbedienza, intesa come virtù che ascolta e segue le chiamate della vita, della realtà, della Parola.
Dopo l’Editoriale di don Nico Dal Molin, mons. Andrea Turazzi esplora l’obbedienza da prospettive teologiche, antropologiche, gerarchiche, ecclesiologiche e trinitarie, sottolineando l’importanza dell’obbedienza nella vita del presbitero e nella dimensione più ampia della Chiesa in cui è inserito. Don Domenico Marrone invita a “ripensare l’obbedienza”, in particolare analizzando il rapporto tra autorità e servizio e indicando nella sinodalità una strada per restituire all’obbedienza il suo carattere evangelico. Don Paolo Asolan introduce il tema delle “molte obbedienze” – al quotidiano, ai ritmi del tempo e del corpo, ai doveri civili, alla parola di Dio, alla realtà – nella consapevolezza che in esse si innesta l’obbedienza ministeriale e in esse chiede un’integrazione, ponendo sempre al centro l’obbedienza esemplare e salvifica di Cristo.
Il tema è completato dagli Spunti di meditazione di don Giovanni Frausini, nostro Redattore.
Nella rubrica dedicata al rapporto del prete con la teologia don Maurizio Girolami introduce il lettore “alla scuola dei Padri”, per avvicinarsi con frutto alle pagine degli scrittori dei primi secoli cristiani. Per le “parole del Giubileo” don Marco Panero riflette sulla centralità del sacramento della Riconciliazione come centro e sintesi dell’anno giubilare, porta aperta sulla misericordia del Signore.
Concludono la monografia le pagine dell’UAC dedicate ancora al tema della gioia nella vita del presbitero, a cura di don Calogero Cerami.
Con questa monografia viene inviato anche il fascicolo di presentazione dei temi che affronteremo nel 2026. Speriamo siano di vostro gradimento e confidiamo possano essere un incoraggiamento a rinnovare l’abbonamento alla Rivista, come anche a diffonderla, regalarla, sostenerla.
Buona lettura!
La Redazione
Contenuto da scaricare liberamente:

Se sei abbonato puoi leggere la rivista online nell’area riservata (clicca qui)
Altrimenti puoi acquistare la singola rivista (clicca qui)
o i singoli articoli:
“Filiale rispetto e obbedienza” (Andrea Turazzi)
Il documento esplora l’obbedienza da prospettive teologiche, antropologiche, gerarchiche, ecclesiologiche e trinitarie. Sottolinea l’importanza dell’obbedienza nella vita del presbitero e la sua evoluzione nel contesto culturale moderno. Analizza le sfide nel rapporto tra presbitero e vescovo e l’importanza della comunione nella Chiesa. Conclude con una riflessione sull’ascolto come fondamento dell’obbedienza cristiana.
Ripensare l’obbedienza (Domenico Marrone)
L’articolo analizza la categoria dell’obbedienza in prospettiva teologico-ecclesiologica, superando la concezione riduttiva di mera sottomissione. L’obbedienza autentica, radicata nel Vangelo e nella sequela di Cristo, si configura come espressione matura di libertà e responsabilità. Vengono individuate tre dimensioni interconnesse – obbedienza a sé stessi, agli altri e all’istituzione – che, se vissute in equilibrio, garantiscono crescita spirituale e comunionale. Particolare attenzione è riservata al rapporto tra autorità e servizio, in cui il potere ecclesiale deve tradursi in mediazione umile e discernimento condiviso. In tale quadro, l’obbedienza dei presbiteri è definita “responsabile e volontaria”, mentre l’autorità episcopale è interpretata come fraternità e corresponsabilità, non come dominio. L’articolo evidenzia le derive del clericalismo, che confonde obbedienza con sudditanza, e richiama la necessità di una conversione sinodale delle strutture ecclesiali. La sinodalità, intesa come paradigma decisionale partecipativo, restituisce all’obbedienza il suo carattere evangelico: atto d’amore, servizio e generazione di comunione.
Chiamati a molte obbedienze (Paolo Asolan)
Nella vita ci sono chieste molte obbedienze. C’è un’obbedienza alla vita, alla realtà, a ciò che non possiamo cambiare, a ciò che cambia attorno a noi. C’è l’obbedienza al quotidiano alle sue scadenze e ai suoi ritmi temporali, con i richiami del nostro corpo, con i doveri civili, la cura delle strutture. C’è l’obbedienza alla Parola di Dio, agli appelli di Dio nella realtà: ciò chiede un cambiamento pastorale e di stile. In queste chiamate si innesta l’obbedienza ministeriale e in esse chiede un’integrazione. A chi e perché obbedire? E, più radicalmente, è possibile trovare una ragione e una forma di obbedienza che non abbia in Gesù Cristo la sua concretezza? Proveremo, come l’evangelico “padrone di casa” (Mt 13,51-52) a estrarre dal tesoro della Scrittura (almeno) alcune “cose nuove e cose antiche” sul tema dell’obbedienza.
Editoriale
don NICO DAL MOLIN
«Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?» È la domanda che il Vescovo rivolge al candidato presbitero; e il candidato, mettendo le sue mani tra le mani del Vescovo, risponde: «Sì, lo prometto».
In questo caso sono sì importanti le parole che vengono pronunciate, ma assume un forte valore simbolico anche il gesto, da parte dell’eletto, di porre le sue mani nelle mani del Vescovo. In un interessante articolo sul significato di questo segno del rito, scrive Domenico Marrone: «Questo gesto da parte dell’eletto si chiama immixtio manuum che letteralmente significa commistione delle mani. È un gesto che trae origine dall’omaggio feudale presente nel rito di epoca carolingia, con cui il vassallo prestava obbedienza al suo signore e si impegnava a servirlo, ricevendone in cambio assicurazione di tutela e protezione. Il rituale delle mani è descritto già nei più antichi documenti, risalenti al VII secolo, relativi ai riti del vassallaggio».[1]
La cerimonia consisteva nell’inginocchiarsi, da parte del vassallo, con le mani giunte per indicare la sua fedeltà al signore e il signore prendeva tra le sue mani quelle del suo vassallo. Questo indicava che il vassallo-suddito si riconosceva come “uomo del signore” (spesso si pronunciava anche una formula per dichiarare questa volontà) mentre, da parte sua, il signore si assumeva l’onere di proteggerlo e tutelarlo.
Dobbiamo dedurne che l’intrecciarsi delle mani dell’ordinando con le mani del vescovo è un gesto che impegna entrambi: ognuno dona qualcosa della sua vita all’altro, in segno di una totale fiducia e stima reciproca. Con questo gesto il vescovo, davanti alla comunità riunita, si impegna ad amare, custodire, ascoltare e guidare quel futuro presbitero, mentre l’ordinando promette al proprio vescovo, e a quelli che gli succederanno, il rispetto – che è un atteggiamento fondamentale in ogni relazione interpersonale – e l’obbedienza che un figlio ha nei confronti del proprio padre.
Quando questo rito fu introdotto voleva soprattutto garantire che il nuovo presbitero si sentisse libero rispetto a qualunque obbedienza diversa da quella verso la Chiesa. E da parte sua il vescovo che riceveva l’obbedienza garantiva al nuovo ordinato la propria cura paterna, sia sul piano dell’esistenza quotidiana che sul piano spirituale.
Ci domandiamo: questo passaggio presente nel rito di ordinazione presbiterale, così fortemente connotato come parte del rituale vassallatico, è ancora oggi il modo migliore per esprimere la relazione presbitero-vescovo?
Un senso per oggi
I teologi del sacramento dell’Ordine, alla luce della teologia del Concilio Vaticano II, sono piuttosto concordi nel considerare il rito dell’immixtio manuum come inadeguato per esprimere oggi, in modo completo e significativo, la relazione tra vescovo e presbitero.
Sebbene sia storicamente rilevante, questo simbolismo può suggerire una relazione gerarchica rigida e autoritaria, che non riflette in maniera adeguata la visione di una Chiesa comunionale e sinodale che, in questo tempo, siamo chiamati a vivere e a testimoniare. La relazione tra vescovo e presbitero va interpretata in termini di corresponsabilità pastorale e fiducia reciproca, piuttosto che di dominazione, controllo e sottomissione.
Riprendendo ancora alcune utili considerazioni di Domenico Marrone, la valenza simbolica di questo momento, dove non contano solo le parole ma anche il gesto, potrebbe evocare una relazione di unidirezionalità più che di reciprocità, dove il presbitero è principalmente un esecutore della volontà del vescovo. La relazione vescovo-presbiteri è chiamata a confrontarsi con la realtà del profondo cambiamento culturale ed ecclesiale che stiamo vivendo e che spesso è disorientante. Deve assumere la problematicità, se non la inadeguatezza della proposta pastorale, la sfida della scarsità di clero. Deve tenere conto delle consapevolezze diverse maturate in questi anni nel modo di percepire e di vivere il ministero presbiterale. Tutto ciò richiede con forza di progettare insieme un orizzonte comune verso cui camminare, alla luce della Parola, in ascolto dello Spirito e delle reali necessità delle comunità cristiane. Vescovo, presbiteri, diaconi, religiose, religiosi e laici sono chiamati, come non mai, a condividere una stretta cooperazione nella cura pastorale del popolo di Dio, chiamato a sua volta a prendersi cura dei propri pastori. Il Concilio Vaticano II, ponendo al centro l’idea della Chiesa come «popolo di Dio», promuove una nuova e significativa interpretazione del ministero ordinato che, pur tra mille esitazioni ed incertezze, sta prendendo volto.
Il Vangelo di Luca ce lo ricorda con disarmante chiarezza:
E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve”» (Lc 22,24-27).
L’indicazione di Gesù è chiara: ogni espressione di autorità nella Chiesa deve essere esercitata come servizio. Il vescovo è chiamato a servire i suoi presbiteri con amore e cura paterna nei loro confronti; e i presbiteri sono chiamati a collaborare con il vescovo, in questo servizio, con disponibilità e passione. Per questo la relazione vescovo-presbiteri dovrebbe essere rappresentata in termini che riflettono questa mutualità di dedizione e servizio più che rievocare stili inadeguati di subordinazione.
«Pertanto, è necessario riconsiderare il gesto dell’immixtio manuum in modo che possa meglio rappresentare la corresponsabilità e la comunione. Potrebbe essere utile introdurre parole e gesti che mettono in risalto la reciprocità e la collaborazione, unitamente a un gesto nuovo che evidenzi la comune obbedienza di vescovo e presbitero all’unico Vangelo di Gesù Cristo».[2]
Quale obbedienza?
Obbedire ha un’etimologia molto interessante: ob indica lo stare davanti; audire significa ascoltare. Vive l’obbedienza colui che ascolta qualcuno standogli di fronte con rispetto, comprensione e fiducia.
Mi ha colpito una considerazione del teologo Massimo Naro:«L’obbedienza non è un esercizio disciplinare bensì un esercizio ermeneutico: ha a che fare con l’ascolto e, di conseguenza, con la comprensione del senso autentico e radicale di ciò che si ascolta». E aggiunge un’altra interessante osservazione: «Entra qui in gioco la crisi dell’autorità dentro la comunità ecclesiale: è un grave cortocircuito tra deficit di autorevolezza, autorità di conseguenza contestata e aggravante irrigidimento autoritario (…) C’è una rovinosa anemia autoriale: talvolta qualcuno, nell’esercizio del ministero pastorale, recita un copione, non si dimostra “autore” o “facitore in prima persona” di ciò che dice e di ciò che richiede a chi lo ascolta».[3]
A questo proposito anche la Segreteria Generale del Sinodo ha proposto alcune interessanti suggestioni che richiedono, da parte di tutti, umiltà, conversione e libertà di cuore nel lasciarsi coinvolgere. «È necessario assecondare un desiderio profondo ed energico di forme di esercizio della leadership – episcopale, sacerdotale, religiosa e laicale – che siano relazionali e collaborative, e di forme di autorità capaci di generare solidarietà e corresponsabilità (…). Laici, religiosi e chierici desiderano mettere i propri talenti e capacità a disposizione della Chiesa e per farlo chiedono un esercizio della leadership che li renda liberi».[4]
Il pericolo non viene dall’essere critici, ma dal non esserlo abbastanza. In qualunque contesto sociale e comunitario il contributo migliore è spesso di chi sembra anche dare fastidio, non di chi è sempre tranquillo, non pone mai problemi, di chi tace anche quando dovrebbe parlare e dissentire. Il Card. Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977, in anni piuttosto vivaci, aveva molto a cuore la formazione del clero e il cammino sinodale della chiesa. Egli diceva spesso di preferire, tutto sommato, i preti che gli creavano problemi a quelli che vivacchiavano in maniera troppo passiva.
L’obbedienza è una virtù difficile. Ed è una virtù che non gode buona salute nel clima culturale odierno, soprattutto in chi non la abita in maniera corretta. Eppure è estremamente necessaria, soprattutto in questo momento di vita della Chiesa. Da parte di molti si tenta ancora di presentarne un concetto deformato, come di una virtù passiva che mortifica i valori della libertà e della dignità delle persone. In realtà l’obbedienza può avere un prezzo alto da pagare, e credo che ciò faccia parte di una esperienza diretta e sofferta di molti tra noi. Tuttavia, dovremmo ricordare a tutti i livelli che essa è strettamente collegata a un ascolto fedele (ob-audire). È la risposta libera di qualcuno che ascolta e riconosce la grandezza di chi (o di ciò = la coscienza) gli sta di fronte. Deve essere sempre un’adesione libera e responsabile nei confronti di ciò che abbiamo valutato e compreso essere la cosa giusta, in un contesto di condivisione reale e sincera.
L’obbedienza è ancora una virtù
Don Milani, uno dei sacerdoti profeti del nostro tempo per gli eventi della Chiesa in Italia, scrisse un piccolo saggio, ben conosciuto a tutti noi, dal titolo volutamente provocatorio: L’obbedienza non è più una virtù.[5]
Egli intendeva dare spazio ad alcune idee riaffermando, con forza e coraggio, la ricerca di una Pace continuamente violata. È quello che succede ai nostri giorni, in cui non ci sono più parametri di valori e comportamenti accettati e condivisi con coerenza di fronte alla vita e alla morte, all’amore e all’odio, alla verità e all’errore. I volti terrorizzati di bambini, donne e anziani in fuga da zone di guerra martoriate da mesi, da anni, in realtà a noi vicine come Gaza e la Palestina, l’Ucraina e tante altre parti del mondo, ne sono quotidianamente una ennesima, drammatica testimonianza. Riscoprire l’obbedienza come virtù significa rimettere a fuoco la dinamica stessa che sottende ogni vita chiamata. La vocazione è obbedienza, l’obbedienza è vocazione ed insieme si radicano in una profonda sete di relazione e fiducia personale che papa Francesco definiva “la mistica dell’incontro”[6].
La vocazione come la vita, come la relazione, come la cura dell’altro, è danza, è passione, è gioia, è forza e totale coinvolgimento, è tenerezza, è mistero, è corpo, è sempre un po’ follia e un po’ pazzia. È pazzia. Ma quali follie non si compiono per chi si ama!
È quanto scrive Madeleine Delbrêl, venerabile, (1904-1964) straordinaria donna e mistica francese attraverso le parole de “Il ballo dell’obbedienza”.[7]
“Noi abbiamo suonato il flauto e voi non avete danzato”
«Signore, insegnaci il posto che tiene,
nel romanzo eterno avviato fra te e noi,
il ballo della nostra obbedienza.
(…) Facci vivere la nostra vita,
non come un giuoco di scacchi dove tutto è calcolato,
non come una partita dove tutto è difficile,
non come un teorema che ci rompa il capo,
ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si rinnovella,
come un ballo, come una danza,
fra le braccia della tua grazia,
nella musica che riempie l’universo d’amore.
Signore, vieni ad invitarci».
[1] D. Marrone, Il rapporto tra vescovo e prete, SettimanaNews, 18 giugno 2024. Cfr. anche J. Le Goff, Le rituel symbolique de la vassalité, Edition Gallimard, Paris 1977.
[2] Marrone, Il rapporto tra vescovo e prete.
[3] M. Naro, in SettimanaNews, 19 giugno 2024, a commento dell’articolo sopra citato.
[4] Segreteria Generale del Sinodo, “Allarga lo spazio della tua tenda” (Is 54,2). Documento di lavoro per la tappa continentale, ottobre 2022, n. 59.
[5] L. Milani, L’obbedienza non è più una virtù, (a cura) Scuola di Barbiana, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2010.
[6] Papa Francesco, Vivete la mistica dell’incontro, Lettera Apostolica a tutti i consacrati in occasione dell’Anno della Vita Consacrata, 28.11.2014.
[7] M. Delbrêl, Il ballo dell’Obbedienza (1946), in Umorismo nell’Amore. Meditazioni e poesie, presentazione di Guido Dotti, Gribaudi, Milano 2011, 27-28.
o sfoglialo online





